24 ore per il Signore - letture

June 13, 2018 | Author: Anonymous | Category: N/A
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CONSIGLIARE I DUBBIOSI

NELLE MANI DI DIO (La Sacra Scrittura) COME NON DARE CONSIGLI (Sir 37,7-11) Breve trattato su come NON deve essere dato un consiglio. Non bisogna “dipendere”  da chi dà un consiglio per non “deresponsabilizzarsi”. La scelta è del singolo, sempre libera e personale. Ogni consigliere suggerisce consigli, ma  c’è  chi  consiglia  a  proprio  vantaggio. Guàrdati da un consigliere, infòrmati quali siano le sue necessità - egli nel consigliare penserà al suo interesse perché non getti la sorte su di te e dica: «La tua via è buona», poi si terrà in disparte per vedere quanto ti accadrà. Non consigliarti con chi ti guarda di sbieco, nascondi la tua intenzione a quanti ti invidiano. Non consigliarti con una donna sulla sua rivale, con un pauroso sulla guerra, con un mercante sul commercio, con un compratore sulla vendita, con un invidioso sulla riconoscenza, con uno spietato sulla bontà di cuore, con  un  pigro  su  un’iniziativa  qualsiasi, con un mercenario annuale sul raccolto, con uno schiavo pigro su un gran lavoro; non dipendere da costoro per nessun consiglio. Mendicare consigli a destra e a sinistra senza mai pervenire ad una decisione è segno di incertezza patologica o di paura di fronte alle responsabilità. Chi consiglia non deve essere un  manipolatore  per  condurre  l’altro là dove si vuole; non si deve avere  potere  sull’altro,  ma bisogna servire la libertà altrui. Anche la fede non è esente dal dubbio, perché non è totalitaria ma mite; non si impone come certezza ma si offre alla scelta dell’uomo (“Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi ed incerte le nostre riflessioni”.  Sap 9, 13-14).

NICODEMO E IL DUBBIO NOTTURNO (Gv 3, 1-18)

Nicodemo va da Gesù di notte. La notte è il tempo della riflessione, della ricerca, del raccoglimento; è un tempo che sembra indicare simbolicamente anche la condizione interiore di quest’uomo, la cui coscienza  è  avvolta  dal  dubbio  e  dall’incertezza. La notte della fede è sempre piena di domande e di inquietudini.

Ora  c’era  un  uomo  dei  farisei,  di  nome Nicodemo, un governante dei giudei. Questi venne da lui di  notte  e  gli  disse:  “Rabbi, sappiamo che come maestro sei venuto da Dio; poiché nessuno può compiere questi segni che tu  compi  a  meno  che  Dio  non  sia  con  lui”. Rispondendo, Gesù gli disse: “Verissimamente   ti   dico: A meno che uno non nasca di nuovo,   non   può   vedere   il   regno   di   Dio”.   Nicodemo  gli  disse:  “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Non può entrare nel seno di sua madre   una  seconda   volta   e  nascere,   vero?”   Gesù   rispose:   “Verissimamente ti dico: A meno che   uno   non   nasca   d’acqua e di spirito, non può entrare nel regno di Dio. Ciò che nasce dalla carne è carne, e ciò che nasce dallo spirito è spirito. Non ti meravigliare perché ti ho detto: Dovete nascere di nuovo. Il vento soffia dove vuole, e ne odi il suono, ma non sai da dove viene né dove va.  Così  è  chiunque  è  nato  dallo  spirito”. Rispondendo,  Nicodemo  gli  disse:  “Come possono avvenire queste cose?”  Rispondendo, Gesù gli  disse:  “Sei maestro in Israele e non sai queste cose? Verissimamente ti dico: Noi parliamo di ciò che sappiamo e rendiamo testimonianza di quello che abbiamo visto, ma voi non ricevete la testimonianza che diamo. Se vi ho parlato di cose terrene eppure non credete, come crederete se vi parlerò di cose celesti? Inoltre, nessun uomo è asceso al cielo se non colui che è disceso dal cielo,   il   Figlio   dell’uomo.   E   come   Mosè   innalzò il serpente nel deserto, così   il   Figlio   dell’uomo dev’essere  innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Poiché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque esercita fede in lui non sia distrutto ma abbia vita eterna. Poiché Dio ha mandato suo Figlio nel mondo non per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo  di  lui”. La fede non è una certezza logica ma una relazione personale, per il momento molto incompleta, che ha bisogno continuamente di crescere e svilupparsi. Dobbiamo far nostro il grido: “Signore, io credo: aiuta  la  mia  incredulità”. Per moltissimi di noi questa sarà la preghiera costante proprio fino alle soglie della morte. E il dubbio, di per sé, non indica mancanza di fede. Può significare l’opposto: che la nostra fede è viva e sta crescendo.

IL DUBBIO PER ECCELLENZA (Gv 20, 26-31)

Nella II domenica di Pasqua la liturgia ci racconta del dubbioso Tommaso e della sua fede fortificata  dall’incontro con Cristo otto giorni dopo la sua Risurrezione. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa  e  c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse:  “Pace  a  voi!”.  Poi  disse  a  Tommaso:  “Metti qua il tuo dito e guards le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma  credente!”.  Rispose  Tommaso:  “Mio Signore e mio  Dio!”.  Gesù  gli  disse:  “Perché  mi hai veduto, hai creduto: beati quelli  che  pur  non  avendo  visto  crederanno!”. Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Da queste parole emerge la convinzione che Gesù sia ormai riconoscibile non tanto dal viso quanto dalle piaghe. Tommaso ritiene che segni  qualificanti  dell’identità  di  Gesù siano ora soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela fino a che punto Egli ci ha amati. In questo l’Apostolo  non   si  sbaglia.  Il  caso  dell’apostolo Tommaso è importante per noi per almeno tre motivi: primo, perché ci conforta nelle nostre insicurezze; secondo, perché ci dimostra che ogni dubbio può approdare a un esito luminoso oltre ogni incertezza; e, infine, perché le parole rivolte a lui da Gesù ci ricordano il vero senso della fede matura e ci incoraggiano a proseguire, nonostante la difficoltà, sul nostro cammino di adesione a Lui. (Benedetto XVI).

DALLE MANI DI FRANCESCO

(Il Magistero)

PAPA FRANCESCO MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE “Toccare  le  piaghe  per  professare  Gesù” (Mercoledì, 3 luglio 2013) Bisogna  uscire  da  noi  stessi  e  andare  sulle  strade  dell’uomo per scoprire che le piaghe di Gesù sono visibili ancora oggi sul corpo di tutti quei fratelli che hanno fame, sete, che sono nudi, umiliati, schiavi, che si trovano in carcere e in ospedale. E proprio toccando queste piaghe, accarezzandole, è possibile «adorare il Dio vivo in mezzo a noi». La ricorrenza della festa di san Tommaso apostolo ha offerto a Papa Francesco   l’occasione   di   tornare su un concetto che gli è particolarmente a cuore: mettere le mani nella carne di Gesù. Il gesto di Tommaso che mette il dito nelle piaghe di Gesù risorto è stato infatti il tema centrale dell’omelia   tenuta durante la messa celebrata questa mattina, mercoledì 3 luglio, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Il Santo Padre si è innanzitutto soffermato sul diverso atteggiamento assunto dai discepoli «quando Gesù, dopo la risurrezione, si è fatto vedere»: alcuni erano felici e allegri, altri dubbiosi. Incredulo era anche Tommaso al quale il Signore si è mostrato solo otto giorni dopo quella prima apparizione. «Il Signore — ha detto il Papa spiegando questo ritardo — sa quando e perché fa le cose. A ciascuno dà il tempo che lui crede più opportuno». A Tommaso ha concesso otto giorni; e ha voluto che sul proprio corpo apparissero ancora le piaghe, nonostante fosse «pulito, bellissimo, pieno di luce», proprio  perché  l’apostolo, ha ricordato il Papa, aveva detto che se non avesse messo il dito nelle piaghe del Signore non avrebbe creduto. «Era un testardo! Ma il Signore — ha commentato il Pontefice — ha voluto proprio un testardo per farci capire una cosa più grande. Tommaso ha visto il Signore, è stato invitato a mettere il suo dito nella piaga dei  chiodi,  a  mettere  la  mano  nel  fianco.  Ma  poi  non  ha  detto:  “È vero, il Signore è risorto”.   No.   È   andato   oltre,   ha   detto:   “Mio Signore e mio   Dio”.   È   il   primo   dei   discepoli   che   fa la confessione della divinità di Cristo dopo la risurrezione.  E  l’ha  adorato». Da questa confessione, ha spiegato il vescovo di Roma, si capisce quale  era  l’intenzione  di  Dio:   sfruttando  l’incredulità ha portato Tommaso non tanto ad affermare la risurrezione di Gesù, quanto piuttosto la sua divinità. «E Tommaso — ha detto il Papa — adora il Figlio di Dio. Ma per adorare, per trovare Dio, il Figlio di Dio ha dovuto mettere il dito nelle piaghe, mettere la mano al fianco. Questo è il cammino». Non ce  n’è  un  altro. Naturalmente «nella storia della Chiesa — ha proseguito nella sua spiegazione il Pontefice — ci sono stati alcuni sbagli nel cammino verso Dio. Alcuni hanno creduto che il Dio vivente, il Dio dei cristiani» si potesse trovare andando «più alto nella meditazione». Ma questo è «pericoloso; quanti si perdono in quel cammino e non arrivano?», ha detto il Papa. «Arrivano sì, forse, alla conoscenza di Dio, ma non di Gesù Cristo, Figlio di Dio, seconda Persona della Trinità — ha precisato —. A quello non ci arrivano. È il cammino degli gnostici: sono buoni, lavorano, ma quello non è il cammino giusto, è molto complicato» e non porta a buon fine.

Altri, ha continuato il Santo Padre «hanno pensato che per arrivare a Dio dobbiamo essere buoni, mortificati, austeri e hanno scelto la strada della penitenza, soltanto la penitenza, il digiuno. Neppure questi sono arrivati al Dio vivo, a Gesù Cristo Dio vivo». Questi, ha aggiunto, «sono i pelagiani, che credono che con il loro sforzo possono arrivare. Ma Gesù  ci  dice  questo:  “Nel cammino abbiamo visto  Tommaso”.  Ma  come  posso trovare le piaghe di Gesù oggi? Io non le posso vedere come le ha viste Tommaso. Le piaghe di Gesù le trovi facendo opere di misericordia, dando al corpo, al corpo e anche all’anima,  ma  sottolineo  al  corpo  del  tuo   fratello piagato, perché ha fame, perché ha sete, perché è nudo, perché è umiliato, perché è schiavo, perché è in carcere, perché è in ospedale. Quelle sono le piaghe di Gesù oggi. E Gesù ci chiede di fare un atto di fede a lui tramite queste piaghe». Non è sufficiente, ha aggiunto ancora il Papa, costituire «una fondazione per aiutare tutti», né fare «tante cose buone per aiutarli». Tutto questo è importante, ma sarebbe solo un comportamento da filantropi. Invece, ha detto Papa Francesco, «dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo accarezzare le piaghe di Gesù. Dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza. Dobbiamo letteralmente baciare le piaghe di Gesù». La vita di san Francesco, ha ricordato, è cambiata quando ha abbracciato il lebbroso perché «ha toccato il Dio vivo e ha vissuto in adorazione». «Quello che Gesù ci chiede di fare con le nostre opere di misericordia - ha concluso il Pontefice è quello che Tommaso aveva chiesto: entrare nelle piaghe».

MANI CHE SCAVANO (Approfondimenti) Chi sono i dubbiosi? Il simbolo del dubbioso è la persona che si trova di fronte a più strade e non sa quale prendere per andare a casa o, in montagna, non vede più il sentiero, o non sa più dove andare. Questo può succedere agli adolescenti che si trovano di fronte alle prime decisioni da prendere e non hanno ancora esperienza della vita; può succedere alle persone stanche, depresse e angosciate; può succedere a tutti quando si devono prendere decisioni che comportano conseguenze importanti e gravi. Una  volta  erano  molti  i  cristiani  che  avevano  il  “direttore  spirituale”  e  che  esponevano  comunque  i   loro dubbi al sacerdote confessore. Oggi   questa   prassi   è   rarefatta   e   subentra   la   solitudine   e   spesso   l’angoscia,   Si   cercano   altre   strade, ma di solito  abbastanza  illusorie:  il  mago,  l’astrologia,  le  trasmissioni  televisive,  la  lettera  al   direttore. Diminuiti  i  “confessori”  sono  aumentati  i  “consiglieri”  a  pagamento. Sembra  che  siano  più  di  30000  i  maghi  in  Italia  che  vivono…  consigliando  i  dubbiosi. Del resto, in genere, serve poco consigliare: spesso uno accetta il consiglio di un altro se corrisponde a quello che ha già in mente. Consigliare allora, più che parlare, significa ascoltare, farsi specchio ad un altro perché possa veder più chiaro dentro se stesso, per poter fare le proprie scelte. La questione è che non è facile trovare chi è disposto ad ascoltare con attenzione, con rispetto, con discrezione. Come  esercitare  l’opera  di  misericordia? Per i genitori può significare mettere a disposizione tempo e attenzione per ascoltare i problemi dei loro figli senza aver fretta di fare prediche; Per  l’insegnante  può  significare  non  considerare  i  propri  alunni  solo  come  allievi  che  ascoltano  le   lezioni, che fanno compiti, che rispondono alle interrogazioni, ma come giovani che stanno diventando uomini e donne, che spesso hanno problemi, che hanno bisogno di confrontarsi e di confidarsi con qualcuno; Per  l’amico  può  significare  dare  ascolto  all’amico;; Per ognuno può significare sapersi fermare quando troviamo lungo il nostro cammino chi ha perduto la strada e non sa per quale parte andare e a chi chiedere la direzione per il proprio cammino. Si   tratta   di   accettare   di   essere   come   un   piccolo   porto   dove   uno   può   fermarsi   un   po’,   riposarsi,   verificare la direzione e riprendere la navigazione. (Mons. Giovanni Nervo – “Le  pratiche  della  carità”) Il  rischio  di  chiedere  un  consiglio  per  ricevere  solo  l’approvazione  a  quanto  abbiamo  già  deciso,   oppure di dare un consiglio per mostrare la nostra superiorità è sempre  all’erta. E’  urgente,  invece,  farsi  carico  dell’altro,  diventare  solidale  con  lui  e,  per  paradossale  che  possa   sembrare, dubitare e ricercare con lui. Non  con  l’arroganza  di  chi  ha  raggiunto  la  verità,  ma  con  la  passione  e  il  desiderio  di  ricercarla insieme, pur sapendo di aver ricevuto già in dono la certezza della fede. E  poiché  “la  fede  viene  dall’ascolto”  (Rm  10,  17)  è  necessario  che  chi  è  chiamato  a  dare  consiglio   sappia far tesoro del silenzio.

Prima di indicare la strada che un altro deve percorrere è necessario che io per primo abbia fatto quel percorso perché la mia parola sia credibile e il consiglio offerto efficace. (Mons. Rino Fisichella – “Le  opere  di  misericordia  spirituale”) Il sapere proprio della fede è il sapere della fiducia, dell’affidamento,   e   non   ha   nulla   a   che  fare   con una polizza assicurativa o con un sistema di prevenzione per evitare le incertezze del futuro. Il credente, poi, non è un detentore della verità, ma ne resta sempre un cercatore, anche se questa verità egli la conosce e la confessa. Poiché questa verità è Cristo stesso, essa non potrà mai essere posseduta. Eventualmente, nella verità ci si è, ma non la si ha. Il   dubbio   “buono”   arricchisce   la   fede   della   dimensione   dell’umiltà,   impedendole   di   divenire   arroganza, imposizione, parola unica. L’umiltà  è  la  qualità  sapienziale  necessaria  sia  a  chi  dà  consigli  sia  a  colui  che,  nel  suo  dubitare,   li cerca. Non   abbiamo   bisogno   di   “funzionari o consulenti dei consigli”,   ma   di   una   persona   che   sappia   sentire empatia, ascoltare  in  profondità  l’altro,  coglierne  le  potenzialità  e  le  debolezze,  e  possa  così   aiutarlo a intraprendere la scelta migliore o, almeno, quella a lui possibile. Per   essere   liberante,   l’arte   di   consigliare   richiede   anche   libertà,   capacità   di   uscire   dai   luoghi comuni,   di   riconoscere   che   l’umano   è   molto   più   esteso   e   ampio   di   quanto   pretendano   i   pensieri   prefabbricati, morali rigide e ideologie. Bisogna avere la capacità di sentire la sofferenza di colui che dubita e di non giudicarla. Il   dubbio   “cattivo”   si   struttura in doppiezza, in instabilità e oscillazione costante: allora anche la preghiera diventa sterile. Come dice la lettera di Giacomo: “Chi   esita   somiglia   all’onda   del   mare,   agitata e scossa dal vento. Un uomo così non pensi di ricevere qualcosa dal Signore: è un indeciso,  instabile  in  tutte  le  sue  azioni”  (Gc. 1, 6-8). Il  consiglio  trova  la  sua  sensatezza  all’interno  di  una  relazione  di  fiducia  tra  due  persone:  non  si   tratta  di  dire  all’altro  ciò  che  deve  fare,  ma  ad  aiutarlo  a  trovare  la  risposta  che  già abita in lui e che egli non sa o non osa far emergere, oppure suggerirgli delle possibilità a cui lui non aveva ancora pensato. (Luciano Manicardi – “La  fatica  della  carità”)

PRESI PER MANO

(Una testimonianza)

SANTA CATERINA DA SIENA Tutti  ne  hanno  sentito  parlare.  Insieme  a  S.  Francesco  è  Patrona  d’Italia. Caterina  Benincasa,  questo  è  il  nome  della  famiglia  d’origine,  nacque  a  Siena. Fin da giovane si impegnò a vivere una vita di rinunce, penitenze e tanta preghiera. E proprio attraverso i suoi scritti, giunti fino a noi, che possiamo conoscere la straordinaria sensibilità e forza interiore che anima Caterina in molteplici settori. Visse in un tempo, siamo nella seconda metà del 1300, in cui il Papa risiedeva ad Avignone, nel sud della Francia. La decisione dei cardinali francesi di tornare ad Avignone aveva sconvolto la già fragile volontà di Gregorio XI. Ad un certo punto il papa aveva deciso di fare ritorno a Roma ma, oltrepassato il confine, era tormentato dal dubbio se proseguire o rientrare in Francia. Il papa era sempre più solo. Aspettava Caterina con ansia, e non appena era stato informato del suo arrivo a Genova si era avvolto in una mantella nera da semplice prete e, facendosi strada con una lanterna e un bastone fra  i  vicoli  rumorosi  del  porto,  l’aveva  raggiunta  nella  casa  di  Orietta  Scotti. Confusa, sorpresa, la donna si era gettata ai suoi piedi. Avevano parlato e pregato insieme per tutta la notte. All’alba,  il  pontefice  era  tornato  nel  palazzo  del  vescovo persuaso a riprendere il viaggio. «Dio   mio,   non   permettere   che   il   tuo   Gregorio   si   lasci   ingannare   dall’istinto   dei   suoi   sensi,   né   prenda   decisioni   sulla   spinta   dell’amore   che   ha   di   sé,   né   si   lasci   spaventare   dai   pericoli   e   le   contrarietà», era stata la preghiera di Caterina quando lo aveva visto sparire. Caterina assunse un ruolo determinante e fondamentale nel prodigarsi affinché il Papa potesse tornare nella sua sede a Roma. I   suoi   consigli,   la   forza   d’animo   e   la   sua   prorompente   carica   spirituale   contribuirono alla realizzazione del sogno tanto desiderato: finalmente il Papa tornò a Roma, presso le sede di S. Pietro. Consigliare   i   dubbiosi,   rimandandoli   al   Maestro,   alla   Parola   e   all’ascolto   di   chi   sa,   come   Santa   Caterina, dare consigli anche scomodi: un impegno formidabile!

MANI IN ALTO

(Preghiere)

MALGRADO OGNI DUBBIO Signore, tu mi hai sempre dato anche il pane di domani: chi cerca il tuo regno tutto avrà in abbondanza. Donaci un cuore libero: la rinuncia è certezza che sei tu a operare, o sola ricchezza. Signore, tu mi hai sempre dato la forza anche per domani: pur se debole ho sempre lottato ho sempre sperato e amato. Sei tu la nostra tensione a segnare la crescita verso il tuo essere, a fiorire nella nostra creazione, a ornare i nostri cieli. Sei tu il principio della comunione, la guarigione dalla solitudine, la liberazione da ogni paura, l’unica  salvezza  dalla  morte. Signore, tu mi hai sempre dato la  pace  per  l’oggi  e  il  domani: pur se afflitto e incompreso per te sempre mi sento sereno. Nessuno può essere in pace se non supera la ragione e il sangue, nessuno è in grado di perdonare e dimenticare e comprendere. Fonte di pace, re della pace abbiamo bisogno di pace: pace almeno per le tue chiese, disarmaci tu da ogni prepotenza. Signore, tu mi hai sempre custodito nella prova di ogni giorno, pur se esposto al rischio e al dolore: in faccia alla morte non resta che credere.

Il peccato fermenta nella carne, ma ci basta la tua grazia: a darci forza quando tentati e se caduti a ridarci speranza. Tu vesti i gigli del campo, tu  conti  i  passeri  dell’aria, sei tu a far sorgere il sole sul campo del cattivo e del buono. Signore, tu mi hai sempre tracciato il cammino verso il tuo regno: che scorga i segni della tua presenza pur se a volte mi sento smarrito. Difficile  vedere  le  tue  orme  sull’asfalto difficile attraversare queste città difficile a volte capire il tuo volere difficile inoltrarci soli nel deserto. Signore,  un’unica  luce  dell’uomo illumina le tenebre del nostro giorno: pure  se  questa  vita  è  un’enigma fa’  che  tutto  abbia  ragione  e  senso. Tu mi hai sempre parlato nell’assenza  di  ogni  altra  risposta;; hai  detto  la  parola  nell’ora  giusta: ora anche se taci io credo. State alla porta che passa il Signore. Egli non è nel fragore delle armi, non è nel rumore delle sagre, non è in queste parole. Egli  è  nel  silenzio  dell’alba, quando la terra attende il sole, oppure, a sera, quando i raggi obliqui feriscono le vetrate del tempio. Signore,  tu  sei  l’amico  fedele: fedele anche  nell’abbandono, fedele alle tue promesse, sempre in attesa che il figlio ritorni. Malgrado ogni tradimento io credo, Signore, al di là di ogni dubbio io credo, Signore. David Maria Turoldo

GUIDAMI LUCE BENIGNA Guidami, Luce benigna, nel buio che mi circonda: nera è la notte ed ancor lontana la casa. Sostieni il mio cuore vacillante, nell’oscurità  del  cammino  guidami  Tu! Non ti chiedo di vedere oltre e lontano: solo passo per passo, ove posare il piede. Non sempre fu così, non sempre pregai Perché Tu mi guidassi. Amavo un tempo scegliere da me il mio cammino, amavo il giorno chiaro, disprezzavo la paura: ma ora guidami Tu! Svanisca  l’errore  del  mio  passato, non ricordare quegli anni: il tuo potere che ormai conosco mi  guidi  fino  all’estremo, fra lande e paludi, per monti e torrenti, finché,  passata  la  notte,  mi  sorridano  all’alba i volti evangelici, amati un tempo, perduti ora e che amerò per sempre. John Henry Newman

E’  BUIO DENTRO DI ME È  buio  dentro  di  me,  ma  in  te  c’è  luce. Sono solo, ma tu non mi abbandoni. Sono  impaurito,  ma  presso  di  te  c’è  aiuto. Sono  inquieto,  ma  presso  di  te  c’è  la  pace. Io non comprendo le tue vie, ma tu conosci la mia. Dietrich Bonhoeffer

INSEGNARE AGLI IGNORANTI

NELLE MANI DI DIO (La Sacra Scrittura) COME POTREI SE NESSUNO MI ISTRUISCE? (At 8, 30-39) L’incontro   tra   Filippo   e   il   funzionario   della   regina   Candace è un chiaro esempio di accompagnamento, di avvicinarsi al fratello e di accompagnarlo nella comprensione e nell’introduzione ai testi sacri. Non indottrinamento, ma insegnamento, cioè trasmissione in cui chi è più esperto guida e istruisce il meno esperto. Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, ma la sua posterità chi potrà mai descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita. E   rivoltosi   a   Filippo   l’eunuco   disse:   «Ti   prego,   di   quale   persona   il   profeta   dice   questo?   Di   se   stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c’era  acqua  e  l’eunuco  disse:  «Ecco  qui  c’è  acqua;;  che  cosa  mi  impedisce  di  essere  battezzato?».   Filippo  disse:  «Se  tu  credi  con  tutto  il  cuore,  è  possibile».  L’eunuco  rispose: «Io credo che Gesù Cristo  è  il  Figlio  di  Dio».  Fece  fermare  il  carro  e  discesero  tutti  e  due  nell’acqua,  Filippo  e  l’eunuco,   ed  egli  lo  battezzò.  Quando  furono  usciti  dall’acqua,  lo  Spirito  del  Signore  rapì  Filippo  e  l’eunuco   non lo vide più e proseguì pieno di gioia il suo cammino. Ogni gesto e ogni parola della fede devono essere oggi rimotivati, pena la loro insignificanza. Si tratta di riscoprire che insegnare (Insignare) significa fare e dare segni, trasmettere simboli mediante cui orientarsi nella vita,   diventare   traghettatori,   segnalare   l’eredità   da   raccogliere,   indicare una via, non imporre una legge. Sull’educazione   si   misurano   il   nostro   amore   per   il   mondo   e   il   senso   di   responsabilità   per   le   generazioni future.

GESU’  PONE  DELLE  DOMANDE AI DOTTORI NEL TEMPIO (Lc 2, 41-50)

Gesù è seduto nel tempio, come qualcuno che insegna, come qualcuno che ha autorità, lui risponde e lo si ascolta come un maestro. Ha 12 anni. Quando Gesù interrogava i dottori (gente che conosceva la Scrittura a menadito) non era per imparare qualche cosa da loro, ma era perché nell’interrogarli  li  formava. I  suoi  genitori  andavano  ogni  anno  a  Gerusalemme  per  la  festa  di  Pasqua.  Quando  giunse  all’età   di  dodici  anni,  salirono  a  Gerusalemme,  secondo  l’usanza  della  festa;;  passati i giorni della festa, mentre   tornavano,   il   bambino   Gesù   rimase   in   Gerusalemme   all’insaputa   dei   genitori;;   i   quali,   pensando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; e, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme cercandolo. Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; e  tutti  quelli  che  l’udivano,  si  stupivano  del  suo  senno  e  delle  sue  risposte.  Quando  i  suoi  genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?» Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro. Perché i dottori sono stupefatti da questo ragazzino di 12 anni? Sembra che Gesù offra loro una sorta di riflesso, come uno specchio che va ben oltre la loro saggezza e la loro conoscenza; apra loro una nuova dimensione, semina una parola che li libera dalla loro illusione riguardo al loro sapere. E di fronte a questa novità loro sono turbati, scossi, stupefatti, colpiti, sconvolti. Più avanti, nel vangelo di Luca, Gesù indicherà i veri saggi e sapienti: “Ti  rendo  lode,  o  Padre,   Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate  ai  piccoli” (Lc. 10, 21)

DALLE MANI DI FRANCESCO

(Il Magistero)

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL MONDO DELLA SCUOLA ITALIANA Piazza San Pietro - Sabato, 10 maggio 2014 Cari amici buonasera! Prima di tutto vi ringrazio, perché avete realizzato una cosa proprio bella! Questo incontro è molto buono: un grande incontro della scuola italiana, tutta la scuola: piccoli e grandi; insegnanti, personale non docente,  alunni  e  genitori;;  statale  e  non  statale… Ringrazio il Cardinale Bagnasco, il Ministro Giannini, e tutti quanti hanno collaborato; e queste testimonianze, veramente belle, importanti. Ho sentito tante cose belle, che mi hanno fatto bene! Si vede che questa manifestazione non è “contro”, è “per”! Non è un lamento, è una festa! Una festa per la scuola. Sappiamo bene che ci sono problemi e cose che non vanno, lo sappiamo. Ma voi siete qui, noi siamo qui perché amiamo la scuola. E dico “noi”  perché  io  amo  la  scuola,  io  l’ho amata da alunno, da studente e da insegnante. E poi da Vescovo. Nella Diocesi di Buenos Aires incontravo spesso il mondo della scuola, e oggi vi ringrazio per aver preparato questo incontro, che però non  è  di  Roma  ma  di  tutta  l’Italia.   Per questo vi ringrazio tanto. Grazie! Perché  amo  la  scuola?  Proverò  a  dirvelo.  Ho  un’immagine.  Ho  sentito qui che non si cresce da soli e che è sempre uno sguardo che ti aiuta a crescere.   E   ho   l’immagine   del   mio   primo insegnante, quella donna, quella maestra, che mi ha preso a 6 anni, al primo livello della scuola. Non  l’ho  mai  dimenticata.  Lei  mi  ha  fatto amare la scuola. E poi io sono andato a trovarla durante tutta la sua vita fino al momento in cui è mancata, a 98 anni. E  quest’immagine  mi  fa  bene! Amo la scuola, perché quella donna mi ha insegnato ad amarla. Questo è il primo motivo perché io amo la scuola. Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere! Ma non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare  un  po’  l’impostazione.   Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto ad aver paura della realtà! La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi piano piano si approfondisce un indirizzo e infine ci si specializza. Ma se uno ha imparato a imparare, - è questo il segreto, imparare ad imparare! - questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano, che era un prete: Don Lorenzo Milani. Gli insegnanti sono i primi che devono rimanere aperti alla realtà - ho sentito le testimonianze dei vostri insegnanti; mi ha fatto piacere sentirli tanto aperti alla realtà - con la mente sempre aperta a imparare! Perché se un insegnante non è aperto a imparare, non è un buon insegnante, e non è nemmeno interessante; i ragazzi capiscono, hanno “fiuto”,   e   sono   attratti   dai   professori che hanno un pensiero aperto, “incompiuto”,   che   cercano   un   “di più”, e così contagiano questo atteggiamento agli studenti.

Questo è uno dei motivi perché io amo la scuola. Un altro motivo è che la scuola è un luogo di incontro. Perché tutti noi siamo in cammino, avviando un processo, avviando una strada. E ho sentito che la scuola – l’abbiamo  sentito  tutti  oggi  – non è un parcheggio. E’   un   luogo   di   incontro   nel   cammino. Si incontrano i compagni; si incontrano gli insegnanti; si incontra il personale assistente. I genitori incontrano i professori; il preside incontra le famiglie, eccetera. E’  un  luogo  di  incontro. E   noi   oggi   abbiamo   bisogno   di   questa   cultura   dell’incontro per conoscerci, per amarci, per camminare insieme. E  questo  è  fondamentale  proprio  nell’età della crescita, come un complemento alla famiglia. La famiglia è il primo nucleo di relazioni: la relazione con il padre e la madre e i fratelli è la base, e ci accompagna sempre nella vita. Ma  a  scuola  noi  “socializziamo”: incontriamo persone diverse da noi, diverse per età, per cultura, per origine, per capacità. La scuola è la prima società che integra la famiglia. La famiglia e la scuola non vanno mai contrapposte! Sono complementari, e dunque è importante che collaborino, nel rispetto reciproco. E le famiglie dei ragazzi di una classe possono fare tanto collaborando insieme tra di loro e con gli insegnanti. Questo   fa   pensare   a   un   proverbio   africano   tanto   bello:   “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”. Per educare un ragazzo ci vuole tanta gente: famiglia, insegnanti, personale non docente, professori, tutti! E poi amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L’educazione  non  può  essere  neutra.  O  è  positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla. E  nell’educazione  è  tanto  importante quello che abbiamo sentito anche oggi: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca! La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E  questo  avviene  attraverso  un  cammino  ricco,  fatto  di  tanti  “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e  stimolano  l’intelligenza,  la coscienza,  l’affettività,  il  corpo,  eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco  richiama  il  sole,  ma  pochi  sanno che questa piazza è anche una grande meridiana. In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate. Se una cosa è vera, è buona ed è bella; se è bella, è buona ed è vera; e se è buona, è vera ed è bella. E insieme questi elementi ci fanno crescere e ci aiutano ad amare la vita, anche quando stiamo male, anche in mezzo ai problemi. La vera educazione ci fa amare la vita, ci apre alla pienezza della vita! E finalmente vorrei dire che nella scuola non solo impariamo conoscenze, contenuti, ma impariamo anche abitudini e valori. Si educa per conoscere tante cose, cioè tanti contenuti importanti, per avere certe abitudini e anche per assumere i valori. E questo è molto importante. Auguro a tutti voi, genitori, insegnanti, persone che lavorano nella scuola, studenti, una bella strada nella scuola, una strada che faccia crescere le tre lingue, che una persona matura deve sapere parlare: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua delle mani. Ma armoniosamente, cioè pensare quello che tu senti e quello che tu fai; sentire bene quello che tu pensi e quello che tu fai; e fare bene quello che tu pensi e quello che tu senti. Le tre lingue, armoniose e insieme! Grazie ancora agli organizzatori di questa giornata e a tutti voi che siete venuti. E  per  favore...  per  favore,  non  lasciamoci  rubare  l’amore per la scuola! Grazie!

MANI CHE SCAVANO (Approfondimenti) La  forma  moderna  più  diffusa  e  più  efficace  di  esercitare  l’opera  di  misericordia   “Insegnare  agli   ignoranti”  è di far funzionare bene la scuola di tutti. Per gli insegnanti ciò significa preparare bene la lezione, impegnarsi seriamente nella spiegazione, curare diligentemente la correzione dei compiti, seguire particolarmente i ragazzi meno  dotati;;  per  le  famiglie  significa  partecipare  attivamente  all’attività  degli  organi  collegiali  e  non   preoccuparsi soltanto della promozione dei loro figli, ma anche della loro formazione globale; per tutti significa preoccuparsi soprattutto degli inadempienti  all’obbligo  scolastico. Se   l’istruzione   oggi   è   molto   diffusa   e   gli   analfabeti   sono   ridotti   a   percentuali   bassissime,   si   va   diffondendo  sempre  di  più  l’analfabetismo  religioso. Nel Settecento le donne del popolo che filavano la lana nelle calli o nelle piazzette di Venezia erano quasi tutte analfabete, ma cantavano a memoria i versetti della Bibbia. Oggi che tutti sanno leggere e scrivere, gli analfabeti religiosi sono milioni. Questa opera di misericordia interessa direttamente i catechisti delle parrocchie e gli insegnanti di religione delle scuole, sacerdoti e laici. Ma diventa veramente opera di misericordia a due condizioni: se riesce ad essere non soltanto trasmissione di notizie, ma di esperienze e di vita. Se riesce, in secondo luogo, a coinvolgere i genitori, che sono i primi e principali maestri dei loro figli, anche nella fede. (Mons. Giovanni Nervo – “Le pratiche della carità”)

Il  Nuovo  Testamento  mostra  Gesù  come  “Maestro”. Spesso   non   è   specificato   l’oggetto   dell’insegnamento di Gesù, a testimoniare la rottura con un insegnamento divenuto specialistico ed intellettuale,  con  l’insegnamento  “di una materia”. L’attività  di  insegnamento  di  Gesù,  che  si  rivolge  a  dotti  e ad ignoranti, coinvolge la sua persona, assumendo un aspetto testimoniale. Gesù insegna con le parole, con i gesti, con il suo modo di vivere, con la sua persona. La sua persona è insegnamento. Anzi è rivelazione di   Dio.   Gesù   è   il   segno   di   Padre,   “il sacramento di Dio”. Egli  dirà:  “Il mio insegnamento non è mio, ma di colui che mi ha mandato”. San Paolo istruisce i cristiani di determinate comunità su punti specifici della fede, introducendo il suo  discorso  con  l’espressione “Non  voglio  che  ignoriate,  fratelli…” Oggi  è  quanto  mai  necessaria  un’attività  di insegnamento per la situazione di ignoranza circa le cose della fede condivisa dalla maggior parte degli stessi credenti praticanti. Senza  parlare  dell’anafabetismo di fede delle generazioni più giovani. Occorre  porre  al  cuore  dell’azione  pastorale  il  problema  dell’ignoranza dei credenti. Questo richiede la conoscenza delle Scritture e massimamente dei vangeli, che consegnano la conoscenza di Gesù: infatti, come dice la Dei Verbum,  “l’ignoranza   delle   Scritture   è   ignoranza   di   Cristo”. (Luciano Manicardi – “La fatica della carità”)

Chi  vuole  intravedere  Dio  deve  tenersi  nell’ombra  dell’ignoranza, il che richiede un atteggiamento di umiltà che consiste proprio nel riconoscere che non si può sapere niente di lui, che Dio è essenzialmente un mistero impenetrabile,  Dio  è  l’inconoscibile. Tra i dottori e/o ignoranti nel Vangelo se ne possono distinguere tre categorie: 1) Quelli che non sanno di non sapere: l’esempio   eclatante   è   Simon Pietro, un carattere vivace, impulsivo, sempre pronto a dire la sua. Dirà: “Tu  sei  il  Cristo,  il  figlio  del  Dio  vivente”, ma poi sarà incapace, un secondo dopo, di recepire quello che gli risponde Gesù, che annuncia la sua passione e la sua morte in croce. Egli si dimostra un   uomo   pronto   a   riconoscere   l’identità divina di Gesù, e il momento dopo si sbaglia completamente. 2) Quelli che sanno di non sapere, che sono alla ricerca, cercano e si interrogano: tra i contemporanei di Gesù troviamo Nicodemo. Egli era un saggio ebreo, un dottore della legge, un maestro in Israele che conosceva perfettamente le Scritture. Il suo sapere non aveva estinto il suo desiderio di andare avanti nella conoscenza e andò da Gesù di notte. Gesù mostrerà a Nicodemo che il Regno di Dio non è l’oggetto  di  una  discussione  erudita  tra  sapientoni. 3) Quelli che sanno di sapere: nel Vangelo sono i farisei, gli scribi, gli anziani. Oggi sono spesso le persone di cultura, di chi fa politica, di chi studia la scienza, dei semi-sapienti, che credono di sapere, quando invece non sanno, e quindi ignorano di ignorare. Questi sono i più ignoranti e, soprattutto, i discenti più difficili a cui insegnare. La sfida più grande sarà di insegnare a queste tre categorie di persone. (Catherine Aubin – “Le opere di misericordia spirituale”)

PRESI PER MANO

(Una testimonianza)

DON LORENZO MILANI 1. Don Lorenzo è un convertito. La molla che lo spinge è la fede. Don  Lorenzo  Milani  è  un  convertito  che  custodisce  nel  cuore,  fino  all’ultimo istante della sua vita, il fuoco della prima folgorazione. Una frase della Bibbia per cogliere la sua esperienza  di  fede,  potrebbe  essere  il  versetto  della  II  ai  Corinzi  dell’apostolo  Paolo:  “Da  ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste  ricchi  per  mezzo  della  sua  povertà”  . Don Lorenzo era cresciuto in una famiglia che rappresentava la cultura di Firenze al più alto livello.  E’  questo  mondo,  questa  cultura  elitaria  che  lui  lascia. 2. La forza della Parola C’era  in  don  Lorenzo  un’attenzione  rigorosa  alla  Parola  di  Dio.  Ai  suoi  figlioli  in  regalo  di  nozze  ha   sempre dato la sinossi del P. Lagrange. E   anche   a   Barbiana   la   scuola   aveva   alla   fine   questo   scopo:   rendere   possibile   l’ascolto   della   Parola. Scrive in Esperienze pastorali: «È tanto difficile che uno cerchi Dio se non ha sete di conoscere. Quando con la scuola avremo risvegliato nei nostri giovani operai e contadini quella sete sopra ogni altra sete e passione umana, per portarli poi a porsi il problema religioso sarà un giochetto. Saranno simili a noi, potranno vibrare di tutto ciò che fa noi vibrare. Tutto il problema si riduce qui, perché non si può dare che quel che non si ha. Ma quando si ha, il dare viene da sé, senza neanche cercarlo, purché non si perda tempo. Purché si avvicini  la  gente  su  un  livello  d’uomo  cioè   a dir poco un livello di Parola e non di gioco» (Esperienze pastorali, Firenze 1958, pag.237). 3.  Possedere  la  parola.  E’  la  lingua  che  fa  eguali. La lingua, il possesso della lingua è un elemento fondamentale per  arrivare  all’eguaglianza  degli   uomini.  “Perché è solo la lingua che fa eguali.  Eguale  è  chi  sa  esprimersi  e  intende  l’espressione   altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli. (Lettera ad una professoressa pag.96)”…   “La cultura vera, quella che ancora non ha posseduta nessun uomo, è fatta di due cose:  appartenere  alla  massa  e  possedere  la  parola.”  (Lettera  ad  una  professoressa  pag.  105) Non si tratta solo di denunciare la dispersione scolastica di cui è colpevole un processo educativo che prescinde da quelle che sono le condizioni di partenza degli alunni. La tesi di Barbiana è molto più profonda ed è guidata da due convinzioni di fondo: la forza della parola e la  fiducia  nell’uomo, di ogni uomo che ha in sé ricchezze infinite e deve esser messo in condizione di esprimerle. La parola alla quale fa riferimento la Lettera ad una professoressa è prima di tutto quella che Dio stesso  ha  pronunciato  nel  cuore  dell’uomo, di ogni uomo, e che non può esser ridotta al silenzio. Non valorizzare al meglio il fattore umano è spreco della risorsa più importante. A Barbiana è anche esaltata la conoscenza delle lingue straniere come estensione evidente della conoscenza della parola. Si approfittava di ogni occasione per confrontarsi con persone di madrelingua  ed  era  cercata  in  ogni  modo  l’opportunità  di  andare  all’estero  non  solo  per  imparare  le   lingue ma per conoscere ed avvicinare una cultura diversa.

MANI IN ALTO

(Preghiere)

SI CERCA PER LA CHIESA UN UOMO Si cerca per la Chiesa un uomo Capace di rinascere nello Spirito di ogni giorno Si cerca per la Chiesa un uomo Senza  paura  del  domani  senza  paura  dell’oggi, senza complessi del passato Si cerca per la Chiesa un uomo Che non abbia paura di cambiare Che non parli per parlare. Si cerca per la Chiesa un uomo Capace di perdere senza perdere la fede Di  portare  la  pace  dove  c’è  inquietudine E  l’inquietudine  dove  c’è  pace. Si cerca per la Chiesa un uomo Che abbia nostalgia di Dio Che abbia nostalgia della Chiesa Nostalgia della gente Nostalgia della povertà di Gesù Nostalgia  dell’obbedienza  di  Gesù. Si cerca per la Chiesa un uomo Che non confonda la preghiera Con  le  parole  dette  d’abitudine La spiritualità col sentimentalismo La  chiamata  con  l’interesse Il servizio con la sistemazione Si cerca per la Chiesa un uomo Capace di morire per lei Ma ancora di più Capace di vivere per la Chiesa Un uomo capace di diventare ministro di Cristo Profeta di Dio Un uomo che parli con la sua vita. Don Primo Mazzolari

CI IMPEGNAMO UNICAMENTE NOI Ci impegniamo unicamente noi e non gli altri, né chi sta in alto, né chi non crede. Ci impegniamo senza pretendere che gli altri Si impegnino con noi o per conto loro, come noi o in altro modo. Ci impegniamo senza giudicare, accusare o condannare chi non si impegna. Noi non possiamo nulla sul nostro mondo, poveri come siamo e come intendiamo rimanere e senza nome. Se qualcosa sentiamo di potere è solo su di noi. Il mondo si muove se noi muoviamo, si muta se noi ci mutiamo, si fa nuovo se alcuno di noi si fa nuova creatura. L’ordine  nuovo  incomincia  se  alcuno Si sforza di divenire uomo nuovo. La primavera incomincia con il primo fiore, la notte con la prima stella , il  fiore  con  la  prima  goccia  d’acqua, l’amore  con  il  primo  segno. Ci impegniamo per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita. Si vive una sola volta E non vogliamo essere giocati In nome di nessun piccolo interesse. Ci impegniamo non per riordinare il mondo O per rifarlo su misura Ma per amarlo. Ci impegniamo perché noi crediamo  all’Amore, la sola certezza che non teme confronti, la sola che basti per impegnarci perpetuamente. Don Primo Mazzolari

AMMONIRE I PECCATORI

NELLE MANI DI DIO (La Sacra Scrittura) TUTTI SIAMO PECCATORI (Lc 18, 9-14) Qui tutti e due sono peccatori: il pubblicano, che ha la consapevolezza di esserlo, e il fariseo, che ha la presunzione di essere giusto, giudica gli altri ma non ha la capacità di giudicare se stesso e quindi di pentirsi e di convertirsi. In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano   gli   altri:   “Due   uomini   salirono   al   tempio   a   pregare:   uno   era   fariseo   e   l’altro   pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro,  perché  chi  si  esalta  sarà  umiliato  e  chi  si  umilia  sarà  esaltato”. Non   ci   sono  quindi   “giusti”   che   ammoniscono   i   “peccatori”,  ma   i  fratelli   che   danno   una   mano   ai   fratelli perché non cadano in peccato o perché si tirino fuori da uno stato di peccato. E’  forte  l’ammonimento  di  Dio  per  mezzo  del  profeta:  “Se io dirò al malvagio: Tu morirai!! E tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te”  (Ez 3, 11.16-21)

LA CORREZIONE FRATERNA (Mt 18, 15-17) La correzione è necessaria per non covare rancore nel proprio cuore: infatti se non si corregge il fratello peccatore si arriverà ad odiarlo. Essa è quindi per il bene proprio e del fratello. Se il tuo   fratello   commette   una   colpa,   va’   e   ammoniscilo   fra   te   e   lui   solo;;   se   ti   ascolterà,   avrai   guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea;;   e   se   non   ascolterà   neanche   l’assemblea,   sia   per   te   come   un   pagano   e   un   pubblicano. La correzione deve avvenire in tre tappe: la correzione personale,  “fra te e lui solo”,  affinché,  se   il fratello si ravvede, il problema   sia   risolto   senza   l’imbarazzante   coinvolgimento   di   terzi;;   alla presenza di due o tre testimoni; di fronte alla chiesa,  cioè  all’assemblea  locale. Il criterio ispiratore è di misericordia e di gradualità, di grande rispetto per il peccatore. Essa infine deve avvenire non come un giudizio, ma come servizio di verità e di amore al fratello.

GUAI A VOI! (Lc 11, 42-46) La  doppiezza  del  cuore,  l’ipocrisia,  il  facile  giudizio,  l’arrivismo  e  la  vanità:  Gesù  mette  in  guardia   farisei e dottori della Legge che amano buttare pesi gravosi sulle spalle della povera gente. In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su  tutte  le  erbe,  e  lasciate  da  parte  la  giustizia  e  l’amore  di  Dio.  Queste  invece  erano   le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo». Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!». Un Gesù scomodo, che ammonisce chi ostenta comportamenti e atteggiamenti che affossano i fratelli e creano tensioni e divisioni nella comunità. Ma soprattutto un Gesù coraggioso, che non si tira indietro e che ammonisce noi, farisei del nuovo millennio, ad avere un atteggiamento più coerente, giusto ed umano.

DALLE MANI DI FRANCESCO

(Il Magistero)

PAPA FRANCESCO MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE “Il  compito  di  ricucire  i  buchi” (Venerdì, 12 settembre 2014) Cristiani a rischio «squalifica», come ammonisce san Paolo, se pretendono di fare la correzione fraterna senza carità, verità e umiltà, dando spazio a ipocrisia e chiacchiere. In   realtà   questo   servizio   all’altro   richiede   anzitutto   di   riconoscersi   peccatori e non ergersi a giudici, come ha ricordato il Papa durante la messa celebrata venerdì mattina, 12 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta. Francesco ha fatto subito notare come «in questi giorni la liturgia ci ha fatto meditare su tanti atteggiamenti cristiani: dare, essere generoso, servire gli altri, perdonare, essere misericordioso». Questi «sono atteggiamenti — ha spiegato — che aiutano a crescere la Chiesa». Ma in particolare «oggi il Signore ci fa tornare su uno di questi atteggiamenti, del quale ha già parlato, e cioè la correzione fraterna». La questione di fondo è: «Quando un fratello, una sorella della comunità sbaglia, come devo correggerlo?». Sempre attraverso la liturgia, ha proseguito il Pontefice, «il Signore ci aveva detto alcuni consigli su come correggere»  l’altro. Ma «oggi riprende tutto e dice: si deve correggerlo, ma come una persona che vede e non come un cieco». Lo ricorda proprio il Vangelo di Luca (6, 39-42): può forse un cieco guidare un altro cieco? Insomma per correggere bisogna vedere bene. E seguire alcune regole di comportamento suggerite dal Signore stesso. «Prima di tutto — ha affermato il Pontefice — il consiglio che dà per correggere il fratello, lo abbiamo   sentito   l’altro   giorno,   è   prendere   da parte il tuo fratello che ha sbagliato e parlagli», dicendogli: «Ma, fratello, in questo credo che tu non hai fatto bene!». E «prenderlo da parte» significa, appunto, «correggerlo con carità». Perché «non si può correggere una persona senza amore e senza carità». Sarebbe come «fare un intervento chirurgico senza anestesia», con la conseguenza che l’ammalato  morirebbe  di  dolore. E «la carità è come una anestesia che aiuta a ricevere la cura e accettare la correzione». Ecco allora il primo passo verso il fratello: «Prenderlo da parte, con mitezza, con amore, e parlargli». Il Papa, rivolgendosi anche alle numerose religiose presenti alla celebrazione a Santa Marta, ha invitato dunque a parlare sempre «con carità», senza causare ferite, «quando nelle nostre comunità, nelle parrocchie, nelle istituzioni, nelle comunità religiose, si deve dire qualcosa a una sorella, a un fratello». Insieme alla carità, bisogna «dire la verità» e mai «dire una cosa che non è vera». In realtà, ha fatto notare, «quante volte nelle nostre comunità si dicono cose  di  un’altra  persona   che non sono vere: sono calunnie». Oppure, «se sono vere», comunque «si toglie la fama di quella persona».

In questa prospettiva, un modo di rivolgersi al fratello, secondo il Papa, può essere il seguente: «Questo che io ti dico, a te, che tu hai fatto, è vero. Non è una chiacchiera che mi è arrivata». Perché «le chiacchiere feriscono, sono schiaffi alla fama di una persona, sono schiaffi al cuore di una persona». Allora ci vuole sempre «la verità», anche se a volte «non è bello sentirla». In ogni caso, se la verità «è detta con carità e con amore, è più facile accettarla». Ecco perché bisogna dire «la verità con carità: così si deve parlare dei difetti agli altri». Della  terza  regola,  l’umiltà,  parla  Gesù nel passo del Vangelo di Luca: correggere  l’altro  «senza ipocrisia, cioè con umiltà». È bene far presente a se stessi, ha consigliato il vescovo di Roma, che «se devi correggere un difetto piccolino lì, pensa che tu ne hai tanti più grossi». Il Signore lo dice con efficacia: togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere  la  pagliuzza  nell’occhio  dell’altro. Solo così «non sarai cieco» e «vedrai bene» per aiutare davvero il fratello. Occorre perciò «l’umiltà» per riconoscere che «io sono più peccatore di lui, più peccatore di lei». Dopodiché «io devo aiutare lui e lei a correggere questo» difetto. «Se io non faccio con carità la correzione fraterna, non la faccio in verità e non la faccio con umiltà, divento cieco» ha ammonito il Papa. E se non vedo, si è chiesto, come faccio a «guarire un altro cieco?». In sostanza «la correzione fraterna è un atto per guarire il corpo della Chiesa». Francesco   l’ha   descritta   con   un’immagine efficace: è come ricucire «un buco nel tessuto della Chiesa». Però bisogna procedere «con tanta delicatezza, come le mamme e le nonne quando ricuciono», ed è proprio questo lo stile con cui «si deve fare la correzione fraterna». D’altro   canto,   ha   messo   in   guardia,   «se tu non sei capace di fare la correzione fraterna con amore, con carità, nella verità e con umiltà, tu farai   un’offesa,   una   distruzione   al   cuore   di quella persona: tu farai una chiacchiera in più che ferisce e diventerai un cieco ipocrita, come dice Gesù». Si legge infatti nella pagina evangelica di Luca: «Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio». Anche se bisogna riconoscere di essere «più  peccatore  dell’altro»,  come fratelli siamo chiamati comunque ad «aiutare a correggerlo». Il Pontefice non ha mancato di suggerire un consiglio pratico. C’è  «un segno — ha detto — che forse ci può aiutare: quando uno vede qualcosa che non va e sente che deve correggerla» ma avverte «un certo piacere nel fare quello, allora è il momento di «stare attenti, perché quello non è del Signore». Infatti «nel Signore  sempre  c’è  la  croce, la difficoltà di fare una cosa buona». E dal Signore vengono sempre amore e mitezza. Tutto questo ragionamento sulla correzione fraterna, ha proseguito il Papa, ci sollecita a «non fare da giudice». Anche se, ha avvertito, «noi cristiani abbiamo la tentazione di farci come dottori», quasi di «spostarci fuori del gioco del peccato e della grazia, come se noi fossimo angeli». È una tentazione di cui parla anche san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi (9, 16-19.22-27): «Non succeda che dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato». Dunque,  ci  ricorda  l’apostolo,  «un cristiano che, in comunità, non fa le cose - anche la correzione fraterna - in carità, in verità e con umiltà, si squalifica!». Perché «non è riuscito a diventare un cristiano maturo». Francesco ha concluso pregando il Signore che «ci aiuti in questo servizio fraterno, tanto bello e tanto doloroso, di aiutare i fratelli e le sorelle a essere migliori», spingendoci «a farlo sempre con carità, in verità e con umiltà».

MANI CHE SCAVANO

(Approfondimenti)

Nel   costume   corrente   è   un’opera   poco   praticata:   possiamo   verificare   quante   volte   l’abbiamo   esercitata  nella  vita  e  quante  volte  altri  l’hanno  esercitata  con  noi. Si preferisce “mormorare”   alle spalle, parlare dei difetti e delle colpe degli altri quando non ci sono (si chiama “maldicenza”). Talvolta si preferisce colpire alle spalle, denunciando le presunte colpe a chi conta, a chi può condizionare la carriera, al “superiore”. Perché questo? Le ragioni possono essere molte: la “correzione  fraterna”  è  una  strada  scomoda,  c’è  chi  è  timido,   chi preferisce evitare noie, perché spesso veritas odium parit,  la  verità  suscita  l’odio. C’è  però  una  ragione  più  profonda:  la  povertà di amore. Se vedo un mio fratello che in montagna sta percorrendo un sentiero sbagliato che lo porta in un burrone,  non  sto  a  guardare  e  non  mi  volto  da  un’altra  parte,  ma  cerco  di  fargli  capire  che  è  fuori   strada e di persuaderlo a tornare indietro. Se nel ghiacciaio mi accorgo che uno è caduto nel crepaccio, cerco di dargli una mano, se è possibile, per tirarlo fuori. Il non farlo sarebbe irresponsabilità, mancanza di umanità, in definitiva povertà di amore. Per  questo  “ammonire i peccatori”  è  opera  di  misericordia. (Mons. Giovanni Nervo – “Le pratiche della carità”) Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male. La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori».  E’  importante  recuperare  questa  dimensione  della  carità  cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso   qui   all’atteggiamento   di   quei   cristiani   che,   per   rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione; è mosso sempre  dall’amore  e  dalla  misericordia  e  sgorga  da  vera  sollecitudine  per  il  bene  del  fratello. L’apostolo   Paolo   afferma:   «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza   della   correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli. E’   un   grande   servizio   quindi   aiutare   e   lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è  sempre  bisogno  di  uno  sguardo  che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona, come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi. (Benedetto XVI – Messaggio per la Quaresima 2012)

Gesù ammonisce ma non umilia. Egli rivela alla donna samaritana “tutto   quello   che   ha   fatto”, ma sempre con speranza e misericordia tanto da liberarla dalla sua dolorosa e difficile storia di tradimenti e solitudine. Gesù rivolge parole dure a coloro che si ritengono giusti, nella speranza di aiutarli finalmente a vedere e a sentire. “Guai a voi”   è   l’estremo   tentativo   per rendere consapevole chi, al contrario, diffida, si chiude, pensa che il male sia fuori di sé. “Guai   a   voi,   scribi   e   farisei   ipocriti,   che   pulite   l’esterno del bicchiere e del   piatto,   ma   all’interno   sono pieni di avidità e di intemperanza” (Mt 23, 25), “Guai   a   voi,   scribi   e   farisei   ipocriti,   che   assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno   appaiono   belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti  e  di  ogni  marciume”  (Mt 23,27), “Guai  a  voi  ricchi,  perché  avete  già  ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i  falsi  profeti”   (Lc 6, 24-26). Dovremmo prendere sul serio queste ammonizioni così chiare di Gesù e soprattutto comprenderle  come  l’estremo tentativo di farci rientrare in noi stessi! E dobbiamo anche aiutarlo a toccare il cuore di chi si crede giusto, a posto perché ha le mani pulite anche se, come sepolcri imbiancati, nasconde la morte dentro. I giusti si difendono, credono che il problema non siano loro, ma Gesù. Eppure Gesù non si stanca di parlare loro, proprio per liberarli dalla prigione della diffidenza, che li porta a credersi a posto perché occupano primi posti, mentre sono lontani  dalla  gioia  vera  […] Ammonire i peccatori è possibile, però solo se liberiamo il nostro cuore dal peccato e sappiamo vedere  nell’altro  un  fratello  diverso  da  quello  che  oggi  è. Il consiglio di togliere la trave dal proprio occhio non è soltanto per smettere di giudicare gli altri e iniziare finalmente a guardare a se stessi, ma anche perché possiamo vedere il prossimo, riconoscere il fratello, la sorella, e non la pagliuzza! (Matteo Maria Zuppi - “Le opere di misericordia spirituale”)

PRESI PER MANO

(Una testimonianza)

SANT’ AMBROGIO Ambrogio nasce, in data incerta, nella città di Treviri, in Germania, da una famiglia romana. Sin da piccolo è educato ai valori cristiani, diviene catecumeno e lo sarà fino alla vigilia della sua consacrazione a Vescovo di Milano. Terminati  gli  studi  a  Treviri  e  poi  a  Roma,  diventa  governatore  della  Liguria  e  dell’Emilia. Viene chiamato a Milano per risolvere una feroce controversia tra i cattolici e i fedeli della Chiesa ariana. Milano è spaccata in due. Le due chiese si affrontavano e, inaspettatamente, Ambrogio è chiamato in causa a risolvere la questione. Il popolo milanese, riconoscendo le sue grandi doti di saggezza e franchezza, lo acclama vescovo. Agli eretici, quando era già vescovo, Ambrogio richiamò senza imbarazzo la verità sulla fede cattolica. Ma Ambrogio non esitò neppure a rimproverare Teodosio I, reo di aver fatto massacrare circa 7000 abitanti della città di Tessalonica, che si erano ribellati al governatore. Quella di Teodosio era stata una rappresaglia vera e propria. Sant’Ambrogio  gli  scrisse  una  lettera  severissima,  gli  impedì  l’ingresso  in  chiesa  fino  a  Natale,  lo   sottopose a mesi di penitenza, lo obbligò a chiedere pubblicamente perdono. Molto prima di lui, anche Giovanni Battista non era stato proprio diplomatico con il tetrarca Erode, che si era preso la moglie del fratello. Viene rappresentato, successivamente, con una sorta di frustino fra le mani, a significare la forza e il vigore delle sue parole nel riprendere gli  errori  e  nell’esortare  alla  vita  cristiana. Circa  la  correzione  fraterna,  così  pregava  Sant’Ambrogio:  ”Ogni  volta  che  si  tratta  del  peccato  di   uno che è caduto, concedimi di provarne compassione e di non rimproverarlo altezzosamente, ma di genere e piangere,  così  che  mentre  piango  su  un  altro,  io  pianga  su  me  stesso”.

MANI IN ALTO

(Preghiere)

AIUTACI AD ESSERE PROFETI Aiutaci a essere profeti Quant’è  difficile  essere  profeta  della  pace! Se alzo il dito verso un futuro gonfio di speranze, i realisti mi trattano da idealista; e se lo abbasso sul presente affranto da sconfitte, gli utopisti mi tacciano di disfattismo. Signore, donami il coraggio di accettare solo da te la rude vocazione di profeta e di essere ogni volta un perdente tra gli uomini! Quant’è  difficile  essere  pedagogo  della  pace! In mezzo alle tortuosità di un cammino scosceso, come far capire che un male minore, anche se tollerato, rimane un male e che bisogna far di tutto per  allontanarsi  dall’orlo  dell’abisso in cui  a  ogni  istante  l’umanità  rischia  di  precipitare? Signore,  donami  l’abilità  di  spiegare  chiaramente che  la  pace  non  è  così  semplice  come  se  l’immagina  il  cuore, ma è più semplice di come stabilisce la ragione! Quant’è  difficile  accogliere  l’evangelo  della pace! Da qualunque parte ci si trovi, all’ovest  come  all’est. n una giungla di belve con missili per dentatura, come  far  capire  che  perdere  l’anima è ancora più pericoloso che lasciarci la pelle? Signore, donami la forza di aiutare tutti quelli che attingono alla linfa delle beatitudini per  spezzare  l’assurda  logica e  l’infernale  spirale  della  violenza! Signore, tutti questi tiri incrociati sulla pace non mi fanno paura, non mi scoraggiano. Al contrario, mi rivelano che il minimo strappo alla tunica della pace fa  gridare  l’uomo. Toccare la pace è più che toccare un problema, e  ancor  più  che  toccare  l’uomo: è toccare Dio, colui che san Paolo ci presenta come  la  pace  stessa  “È  lui  la  nostra  pace”. Signore, insegnaci a vincere la pace! (da La pace: dono e profezia, Qiqajon, Bose 1991, pp. 195-196)

O SIGNORE, TU CORREGGI CHI AMI Aiutami, Signore Gesù, a restare in silenzio ai tuoi piedi, per ascoltare questa tua Parola e lasciarmi da essa raggiungere e plasmare. Solo la tua Parola mette a nudo la verità della mia vita e ne scopre ogni menzogna. Questa tua Parola mi giudica, Gesù, mi giudica severamente, ma davanti ad essa non so più nascondermi, non voglio più nascondermi. Scopro con la meraviglia e la gioia semplice di un bambino che, mentre questa tua Parola «ferisce, risana» perché da essa nasce una vita nuova. Scopro che tu «correggi chi ami, proprio come fa un padre con il figlio prediletto». Scopro che attraverso il tuo rimprovero e la tua correzione tu «mi ammaestri e mi guidi, proprio come un pastore il suo gregge». E scopro ancora che la tua Parola mi attira a sé e la sua potenza divina accoglie quella debolezza mia che non ho nascosto e ne trasforma il male in bene. Signore Gesù, aiutami ad essere come questa tua Parola.

CONSOLARE GLI AFFLITTI

NELLE MANI DI DIO (La Sacra Scrittura) DIO CI AMA E CI CONSOLA PER CONSOLARCI A VICENDA (2Cor 1, 3-4) Dio ci consola affinché, consolati da Dio, possiamo consolare gli afflitti. Dobbiamo capire che gli altri sono per noi persone importanti, preziose, degne di stima, motivo, quindi, di gioia e di vita. Sia benedetto Dio, Padre del nostro Signore Gesú Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione affinché possiamo anche noi consolare coloro che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo da Dio consolati. Come  testimoniare  l’amore  di  Dio  e  così  consolare  altri  afflitti?  Sia  con  le  parole,  sia  con  la  vita. Con  le  parole,  facendo  conoscere  l’amore  di  Dio  e  predicando  il  suo  Vangelo. Con  la  vita,  facendo  sperimentare  l’amore  di  Dio  nello  stile  proprio  di Dio. Questo  significa:  ascoltare  l’altro  per  conoscere  la  sua  identità  e,  di  conseguenza,  i  suoi  problemi   e i suoi motivi di sofferenza; inoltre offrire la nostra gioia, anche solo attraverso un sorriso (“La   vostra amabilità sia  nota  a  tutti  gli  uomini”).

CONSOLARE  E’  AVERE  COMPASSIONE  (Lc 10, 29-37) La   parabola   del   Buon   Samaritano   risponde   ad   un   interrogativo:   “Chi   è   il   mio   prossimo?”. Potremmo dare la risposta di Caino: “Sono  forse  il  custode  di  mio fratello?”. Potremmo dare la risposta del sacerdote e del levita, che vanno oltre pensando sia sufficiente dire qualche preghiera per lui. Consolare vuol dire scendere da cavallo, farsi vicino, fasciare le ferite, prendersi cura e pagare di persona. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari  e  li  diede  all’albergatore,  dicendo:  «Abbi  cura  di  lui;;  ciò  che  spenderai  in  più,  te  lo  pagherò   al mio ritorno». Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?».  Quello  rispose:  «Chi  ha  avuto  compassione  di  lui».  Gesù  gli  disse:  «Va’  e  anche  tu  fa’   lo stesso» Avere   compassione   non   significa   avere   uno   sguardo   sull’afflitto   o   sul   malcapitato   incappato nei briganti,  in  quanto  quest’ultimo  non  cerca  un  altro  che  pianga  su  di  lui. Semmai egli andrà alla ricerca di qualcuno che lo guardi con gli occhi luminosi e teneri del Nazareno. Ciò che ci consola e ci salva davvero è, alla fin fine, lo sguardo amorevole di Cristo: “Guardate  a  Lui  e  sarete  raggianti  e  non  saranno  confusi  i  vostri  volti”  (Sal 34,6). La consolazione anticipa il giorno in cui Dio stesso tergerà le lacrime di ogni volto.

DALLE MANI DI FRANCESCO

(Il Magistero)

UDIENZA GENERALE DI PAPA FRANCESCO Piazza San Pietro - Mercoledì, 10 giugno 2015 Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Continuiamo con le catechesi sulla famiglia, e in questa catechesi vorrei toccare un aspetto molto comune nella vita delle nostre famiglie, quello della malattia. E’   un’esperienza   della   nostra   fragilità,   che   viviamo   per   lo   più   in   famiglia,   fin   da   bambini,   e   poi   soprattutto da anziani, quando arrivano gli acciacchi. Nell’ambito   dei   legami  familiari,   la   malattia   delle   persone   cui   vogliamo   bene   è   patita   con   un   “di più”  di sofferenza e di angoscia. E’  l’amore  che  ci  fa  sentire  questo  “di più”. Tante volte per un padre e una madre, è più difficile sopportare il male di un figlio, di una figlia, che non il proprio. La  famiglia,  possiamo  dire,  è  stata  da  sempre  l’“ospedale”  più  vicino. Ancora  oggi,  in  tante  parti  del  mondo,  l’ospedale  è  un  privilegio  per  pochi,  e  spesso  è  lontano. Sono la mamma, il papà, i fratelli, le sorelle, le nonne che garantiscono le cure e aiutano a guarire. Nei Vangeli, molte pagine raccontano gli incontri di Gesù con i malati e il suo impegno a guarirli. Egli si presenta pubblicamente come uno che lotta contro la malattia e che è venuto per guarire l’uomo  da  ogni  male:  il  male  dello  spirito  e  il  male  del  corpo. E’  davvero  commovente  la  scena evangelica appena accennata dal Vangelo di Marco. Dice cosi: «Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati» (1,29). Se penso alle grandi città contemporanee, mi chiedo dove sono le porte davanti a cui portare i malati sperando che vengano guariti! Gesù non si è mai sottratto alla loro cura. Non  è  mai  passato  oltre,  non  ha  mai  voltato  la  faccia  da  un’altra  parte. E quando un padre o una madre, oppure anche semplicemente persone amiche gli portavano davanti un malato perché lo toccasse e lo guarisse, non metteva tempo in mezzo; la guarigione veniva prima della legge, anche di quella così sacra come il riposo del sabato (cfr Mc 3,1-6). I dottori della legge rimproveravano Gesù perché guariva il sabato, faceva il bene il sabato. Ma l’amore  di  Gesù  era  dare  la  salute,  fare  il  bene:  e  questo  va  sempre  al  primo  posto! Gesù manda i discepoli a compiere la sua stessa opera e dona loro il potere di guarire, ossia di avvicinarsi ai malati e di prendersene cura fino in fondo (cfr Mt 10,1). Dobbiamo  tener  bene  a  mente  quel  che  disse  ai  discepoli  nell’episodio del cieco nato (Gv 9,1-5). I discepoli – con il cieco lì davanti! – discutevano su chi avesse peccato, perché era nato cieco, lui o i suoi genitori, per provocare la sua cecità. Il Signore disse chiaramente: né lui, né i suoi genitori; è così perché si manifestino in lui le opere di Dio. E lo guarì. Ecco la gloria di Dio! Ecco il compito della Chiesa! Aiutare i malati, non perdersi in chiacchiere, aiutare sempre, consolare, sollevare, essere vicino ai malati; è questo il compito.

La Chiesa invita alla preghiera continua per i propri cari colpiti dal male. La preghiera per i malati non deve mai mancare. Anzi dobbiamo pregare di più, sia personalmente sia in comunità. Pensiamo   all’episodio   evangelico della donna Cananea (cfr Mt 15,21-28). E’  una  donna  pagana,  non  è  del  popolo di Israele, ma una pagana che supplica Gesù di guarire la figlia.

CONSOLARE GLI AFFLITTI Gesù, per mettere alla prova la sua fede, dapprima risponde duramente: “Non  posso,  devo  pensare  prima  alle  pecore  di  Israele”. La donna non recede – una mamma, quando chiede aiuto per la sua creatura, non cede mai; tutti sappiamo che le mamme lottano per i figli – e risponde: “Anche  ai  cagnolini, quando i padroni si sono sfamati,  si  dà  qualcosa!”,  come  per  dire:  “Almeno trattami come una cagnolina!”. Allora Gesù le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (v. 28). Di fronte alla malattia, anche in famiglia sorgono difficoltà, a causa della debolezza umana. Ma, in genere, il tempo della malattia fa crescere la forza dei legami familiari. E penso a quanto è importante educare i figli fin da piccoli alla solidarietà nel tempo della malattia. Un’educazione  che  tiene  al  riparo dalla sensibilità per la malattia umana, inaridisce il cuore. E  fa  sì  che  i  ragazzi  siano  “anestetizzati” verso la sofferenza altrui, incapaci di confrontarsi con la sofferenza  e  di  vivere  l’esperienza del limite. Quante volte noi vediamo arrivare al lavoro un uomo, una donna con una faccia stanca, con un atteggiamento stanco e quando gli si chiede “Che  cosa  succede?”,  risponde: “Ho  dormito  soltanto   due ore perché a casa facciamo il turno per essere vicino al bimbo, alla bimba, al malato, al nonno, alla   nonna”.   E la giornata continua con il lavoro! Queste   cose   sono   eroiche,   sono   l’eroicità delle famiglie! Quelle eroicità nascoste che si fanno con tenerezza e con coraggio quando  in  casa  c’è  qualcuno  ammalato. La debolezza e la sofferenza dei nostri affetti più cari e più sacri, possono essere, per i nostri figli e i nostri nipoti, una scuola di vita - è importante educare i figli, i nipoti a capire questa vicinanza nella malattia in famiglia - e lo diventano quando i momenti della malattia sono accompagnati dalla preghiera e dalla vicinanza affettuosa e premurosa dei familiari. La comunità cristiana sa bene che la famiglia, nella prova della malattia, non va lasciata sola. E dobbiamo dire grazie al Signore per quelle belle esperienze di fraternità ecclesiale che aiutano le famiglie ad attraversare il difficile momento del dolore e della sofferenza. Questa vicinanza cristiana, da famiglia a famiglia, è un vero tesoro per la parrocchia; un tesoro di sapienza, che aiuta le famiglie nei momenti difficili e fa capire il Regno di Dio meglio di tanti discorsi! Sono carezze di Dio.

MANI CHE SCAVANO

(Approfondimenti)

Situazioni di sofferenze non mancano nella vita delle persone e delle famiglie. Una disgrazia: quante persone ogni anno rimangono uccise o ferite negli incidenti stradali! Alle  spalle  c’è  sempre  una  famiglia  angosciata  che  soffre. Una malattia: gli ospedali sono pieni di malati; aumentano ogni giorno le terribili malattie “inguaribili”  che  sono  vere  e  proprie  sentenze  di  morte. Un dissesto finanziario o la chiusura di una fabbrica che lascia senza lavoro centinaia e migliaia di famiglie. Uno sfratto di chi non ha altra soluzione per la casa. La mancata promozione di un collega che riteneva di averne diritto. Un figlio che rende male; ogni tossicodipendente ha alle spalle una famiglia. Una famiglia che si sfascia, produce ferite profonde nei coniugi che si dividono, nei figli, nei familiari. Genitori anziani che si trovano abbandonati dai figli. Quando una persona vive una di queste situazioni, molto spesso si trova sola con la propria sofferenza: anche gli amici girano al largo. Anzi è proprio qui che si riconoscono i veri amici. Eppure, forse, anche ciascuno di noi deve pentirsi di aver lasciato sole persone che conosceva nel momento della sofferenza, mentre si sarebbero attesa una nostra presenza: ne avevano bisogno, ne avevano diritto. Noi ci scusiamo dicendo che non abbiamo avuto tempo, che avevamo troppe cose da fare, che proprio non potevamo. Non si tratta di parole, di espressioni convenzionali o formali (il biglietto di condoglianze,  la  ghirlanda  di  fiori,  l’inserzione  sul  giornale):  quello che conta è il rapporto umano, vero, autentico, che può essere espresso anche con una visita, una telefonata o una lettera. Ma questi segni devono servire a star vicini con amore. Questo è consolare! (Mons. Giovanni Nervo – “Le pratiche della carità”) Per comprendere come Dio ama e consola il suo popolo voglio proporvi un passo del Secondo Isaia:   “Sion ha detto: «Il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura  sono  sempre  davanti  a  me”  (Is. 49, 14-16). Nel testo che abbiamo ascoltato predominano due immagini, due potenti immagini: quella della mamma  considerata  nell’amore  per  il  suo  bambino  e  quella  del  tatuaggio. 1) Dio ama il  suo  popolo,  quindi  ama  me,  come  una  mamma  ama  il  suo  bambino.  Ora,  l’amore  di   una  mamma  e  quindi  l’amore  di  Dio  sembrano  avere  due  caratteristiche. Da una parte, la mamma, e perciò Dio, non solo dà al suo bambino tutti i beni a lui necessari, ma anche riceve   dal   suo   bambino   il   bene   per   una   mamma   più   importante,   quello   dell’esistenza   e   insieme  dell’amore  del  suo  bambino.  E  ciò  perché  il  bambino  è  la  sua  gioia,  è  la  sua  vita  e,  quindi,   la mamma ha bisogno del suo bambino, brama la sua esistenza e insieme il suo amore. Così è Dio nei  confronti  del  suo  popolo,  nei  confronti  di  me.  D’altra  parte,  la  mamma,  perciò  Dio  stesso,  ama   in modo permanente, e ciò per il semplice motivo che non può non amare, ha bisogno del suo bambino in modo permanente, brama la presenza del suo bambino in modo permanente, verrebbe meno, non sussisterebbe, qualora il bambino venisse meno o le fosse tolto. Ella non può perderlo e quindi lo ama per sempre. Così è Dio nei confronti del suo popolo, quindi nei confronti di me. 2) Dio ha tatuato Gerusalemme sulle sue mani. Come il tatuaggio è permanente, così lo è l’amore  di  Dio,  per  Israele,  per  me. (Card. Francesco Coccopalmerio - “Le opere di misericordia spirituale”

PRESI PER MANO

(Una testimonianza)

MADRE TERESA DI CALCUTTA Al piano terra della Mother House, la casa-madre   nella   Lower   Circular   Road   di   Calcutta,   c’è   la   cappella semplice e disadorna dove dal 13 settembre 1997, dopo i solenni funerali di Stato, riposano le spoglie mortali di Madre Teresa. La cappella accoglie una tomba povera e spoglia, un blocco di cemento bianco su cui è stata deposta la Bibbia personale di Madre Teresa e una statua della Madonna con una corona di fiori al collo, giusto accanto a una lapide di marmo con sopra inciso, in inglese, un versetto tratto dal Vangelo di Giovanni: “Amatevi  gli  uni  gli  altri  come  io  ho  amato  voi”. Madre Teresa di Calcutta, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu, era nata il 26 agosto 1910 a Skopje (ex-Jugoslavia, oggi Macedonia), da una famiglia cattolica albanese. A 18 anni decise di entrare nella Congregazione delle Suore Missionarie di Nostra Signora di Loreto. Partita  nel  1928  per  l’Irlanda,  un  anno  dopo  è  già  in  India. Nel 1931 la giovane Agnes emette i primi voti prendendo il nuovo nome di suor Mary Teresa del Bambin Gesù (scelto per la sua devozione alla santa di Lisieux).

CONSOLARE GLI AFFLITTI Si racconta che durante una notte una frase continuò a martellarle nella testa, il grido dolente di Gesù in croce: “Ho  sete!”. Un misterioso richiamo che col passare dei giorni ore si fece sempre più chiaro e pressante: lei doveva lasciare il convento per i più poveri dei poveri. Quel genere di persone che non sono niente, che vivono ai margini di tutto, il mondo dei derelitti che ogni giorno agonizzavano sui marciapiedi di Calcutta, senza neppure la dignità di poter morire in pace. Suor Teresa lasciò il convento di Entally con cinque rupie in tasca e il sari orlato di azzurro delle indiane più povere, dopo quasi 20 anni trascorsi nella congregazione delle Suore di Loreto. Era il 16 agosto 1948. La piccola Gonxha di Skopje diventava Madre Teresa e iniziava da questo momento la sua corsa da gigante. La figura minuta di Madre Teresa, il suo fragile fisico piegato dalla fatica, il suo volto solcato da innumerevoli rughe sono ormai conosciuti in tutto il mondo. Chi  l’ha  incontrata  anche  solo  una   volta,  non  ha  più  potuto  dimenticarla:  la  luce  del  suo  sorriso   rifletteva la sua immensa carità. Essere guardati da lei, dai suoi occhi profondi, amorevoli, limpidi, dava la curiosa sensazione di essere guardati dagli occhi stessi di Dio. Attiva   e   contemplativa   al   tempo   stesso,   nella   Madre   c’erano   idealismo   e   concretezza,   pragmatismo e utopia. Lei  amava  definirsi  “la  piccola  matita  di  Dio”,  un piccolo semplice strumento fra le Sue mani. Riconosceva con umiltà che quando la matita sarebbe diventata un mozzicone inutile, il Signore l’avrebbe  buttata  via,  affidando  ad  altri  la  sua  missione  apostolica. Madre Teresa è scomparsa a Calcutta la sera del venerdì 5 settembre 1997, alle 21.30. Aveva 87 anni.

MANI IN ALTO

(Preghiere)

VIENI, SIGNORE Vieni di notte, ma nel nostro cuore è sempre notte: e, dunque, vieni sempre, Signore. Vieni in silenzio, noi non sappiamo più cosa dirci: e, dunque, vieni sempre, Signore. Vieni in solitudine, ma ognuno di noi è sempre più solo: e, dunque, vieni sempre, Signore. Vieni, figlio della pace, noi ignoriamo cosa sia la pace: e, dunque, vieni sempre, Signore. Vieni a liberarci, noi siamo sempre più schiavi: e, dunque, vieni sempre, Signore. Vieni a consolarci, noi siamo sempre più tristi: e, dunque, vieni sempre, Signore. Vieni a cercarci, noi siamo sempre più perduti: e, dunque, vieni sempre, Signore, Vieni, Tu che ci ami: nessuno è in comunione col fratello se prima non è con Te, o Signore. Noi siamo lontani, smarriti, né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo: vieni, Signore, vieni sempre, Signore. David M. Turoldo

VALORE DI UN SORRISO Un sorriso non costa nulla E rende molto. Arricchisce chi lo riceve, senza impoverire chi lo dona; non dura che un istante, ma il suo ricordo rimane per sempre. Nessuno è così ricco Da poterne fare a meno. Nessuno è così povero Da non poterlo regalare. Crea felicità in casa; negli affari è un sostegno; dell’amicizia  è  importante  segno. Un sorriso dà riposo nella stanchezza; nello scoraggiamento rinnova il coraggio; nella tristezza è consolazione. Ma è un bene che non si può comprare, né prestare, né rubare, poiché ha valore solo  dall’istante  in  cui  si  regala. E se incontrerete Chi  non  vi  dona  l’aspettato  sorriso, siate generosi e dategli il vostro; perché nessuno ha tanto bisogno di un sorriso come colui che non sa regalarlo. Anonimo

SIGNORE FAMMI AMICO Signore fammi amico. Fa che la mia persona ispiri fiducia A chi soffre e si lamenta a chi cerca luce, perché è lontano da Te, a chi vorrebbe incominciare e non si sente capace. Signore, aiutami a non passare accanto ad alcuno con volto indifferente, con cuore chiuso, con passo affrettato.

Signore, aiutami ad accorgermi subito di quelli che mi stanno accanto. Fammi vedere quelli preoccupati e disorientati quelli che soffrono e non lo mostrano, quelli che si sentono isolati senza volerlo, e dammi quella sensibilità che mi fa incontrare i loro cuori. Signore, liberami da me stesso, perché ti possa servire, perché ti possa amare, perché riesca ad ascoltarti in ogni fratello che tu mi fai incontrare. Guglielmo Volpi

PERDONARE LE OFFESE

NELLE MANI DI DIO (La Sacra Scrittura) 50 O 500 DENARI? (Lc 7, 36-50) La casa di Simone il fariseo che si fa specchio del nostro quotidiano modo di giudicare cose e persone.  Bella,  accogliente,  luminosa.  E’  perfetta  quella  casa. Ma gelida. Perché quando entra una donna, una peccatrice molto nota, tutto è in imbarazzo disdicevole. Non doveva permettersi di interrompere  un’atmosfera  così  “soft”.  Da  élite! “Ma  come si  permette???”.  Gesù risponde con uno stile  rivoluzionario.  Una  “paraboletta”  che  da  sola  spiega  come  sia  possibile  perdonare. Uno dei farisei lo invitò a pranzo; ed egli, entrato in casa del fariseo, si mise a tavola. Ed ecco, una donna che era in quella città, una peccatrice, saputo che egli era a tavola in casa del fariseo, portò un vaso di alabastro pieno di olio profumato; e, stando ai piedi di lui, di dietro, piangendo, cominciò a rigargli di lacrime i piedi; e li asciugava con i suoi capelli; e gli baciava e ribaciava i piedi   e   li   ungeva   con   l’olio.   Il   fariseo   che lo aveva invitato, veduto ciò, disse fra sé: «Costui, se fosse profeta, saprebbe che donna è questa che lo tocca; perché è una peccatrice». E Gesù, rispondendo  gli  disse:  «Simone,  ho  qualcosa  da  dirti».  Ed  egli:  «Maestro,  di’  pure».  «Un  creditore   aveva due  debitori;;  l’uno  gli  doveva  cinquecento  denari  e  l’altro  cinquanta.  E  poiché  non  avevano   di che pagare condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Ritengo sia colui al quale ha condonato di più». Gesù gli disse: «Hai giudicato rettamente». E, voltatosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Io sono entrato in casa tua, e tu non  mi  hai  dato  dell’acqua  per  i  piedi;;  ma  lei  mi  ha  rigato  i  piedi  di  lacrime  e  li  ha  asciugati  con  i   suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; ma lei, da quando sono entrato, non ha smesso di baciarmi   i   piedi.   Tu   non   mi   hai   versato   l’olio   sul   capo;;   ma   lei   mi   ha   cosparso   di   profumo   i   piedi.   Perciò, io ti dico: i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui a cui poco è perdonato, poco ama». Poi disse alla donna: «I tuoi peccati sono perdonati». Quelli che erano a tavola con lui, cominciarono a dire in loro stessi: «Chi è costui che perdona anche i peccati?» Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata;;  va’  in  pace». Qui il gioco è chiaro. Se ti senti in debito con Dio perché ti ha condonato 500, allora ragioni con queste larghe misure. Altrimenti resti nella logica ristretta dei 50 denari. Il calcolo frena sempre il perdono. Lo impedisce. Con mille ragioni interiori, culturalmente valide: “Non tocca  a  me…  Lei  è  più  giovane…  Che  ho  fatto  di  male…  Ma  si  rende conto di quello che ha detto?...”.   Se invece scatta in te il “ricordo”  dei 500 denari che gratuitamente ti sono stati dati e condonati, senza tuo merito, poiché non avevi nulla da restituire, allora il tuo cuore si apre al perdono. E guardi a quel sole che splende su tutti, a quella pioggia che irriga gratis il tuo campo. Quella casa è la nostra società. La nostra casa, le nostre comunità cristiane. Tutto dipende da quel calcolo: se 50 o 500 denari!

UN UOMO AVEVA DUE FIGLI (Lc 15, 11-32) “Un giovane furbo che ha voluto scrivere da solo la propria vita prendendo a calci le regole della disciplina paterna“.  Così  Papa  Francesco  ha  definito  quel  giovane  della  parabola  che  se  ne  va  di   casa. “Ma  poi interviene la misericordia di Dio che, al posto di chiudere definitivamente le porte a questo giovane furbo che aveva tutto e lo ha sperperato, le spalanca. Dio è molto buono, Dio approfitta dei nostri fallimenti per parlarci al cuore”. Disse  ancora:  «Un  uomo  aveva  due  figli.  Il  più  giovane  di  loro  disse  al  padre:  “Padre,  dammi  la   parte   dei   beni   che   mi   spetta”.   Ed   egli   divise   fra   loro   i   beni.   Dopo   non   molti   giorni, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma   nessuno   gliene   dava.   Allora,   rientrato   in   sé,   disse:   “Quanti   servi  di   mio   padre   hanno   pane   in   abbondanza   e   io   qui   muoio   di   fame!   Io   mi   alzerò   e   andrò   da   mio   padre,   e   gli   dirò:   ‘Padre,   ho   peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come   uno   dei   tuoi   servi’”.   Egli   dunque   si   alzò   e   tornò   da   suo   padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. E il figlio gli  disse:  “Padre,  ho  peccato  contro  il  cielo  e  contro  di  te:  non  sono  più  degno  di  essere  chiamato   tuo   figlio”.   Ma   il   padre   disse   ai   suoi   servi:   “Presto,   portate   qui   la   veste   più   bella   e   rivestitelo,   mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è  stato  ritrovato”.  E  si  misero  a  fare  gran  festa.  Or  il  figlio  maggiore  si  trovava  nei  campi,  e  mentre   tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. Quello gli disse: “È   tornato   tuo   fratello   e   tuo   padre   ha   ammazzato   il   vitello   ingrassato,  perché  lo  ha  riavuto  sano  e  salvo”.   Egli  si  adirò  e  non  volle   entrare;;  allora  suo  padre   uscì  e  lo  pregava  di  entrare.  Ma  egli  rispose  al  padre:  “Ecco,  da  tanti  anni  ti  servo  e  non  ho   mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai  ammazzato  per  lui  il  vitello  ingrassato”.  Il  padre  gli  disse:  “Figliolo,  tu  sei  sempre  con  me  e  ogni   cosa mia è tua; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato  in  vita;;  era  perduto  ed  è  stato  ritrovato”». Continua   nel   commento   papa   Francesco:   “Dio non ha detto a questo giovane: Sei un fallito, guarda cosa hai combinato! ma Egli interviene facendo ragionare il giovane e facendolo ritornare sui suoi passi, tanto che il Vangelo dice che il giovane è rientrato in sé: il giovane si è domandato: Cosa me ne faccio di questa vita? La baldoria non mi è servita a nulla“.  Tuttavia  la  sorpresa  più   grande di questa parabola non è la conversione del giovane, non è il suo ritornare sui suoi passi ma lo scoprire che il padre lo stava aspettando da anni. Così – ha concluso il papa - “questo grande peccatore, questo grande sperperatore di tutto il guadagno   di   suo   padre   ha   incontrato   qualcosa   che   non   aveva   mai   conosciuto:   l’abbraccio   di   misericordia”.

PERDONARE LE OFFESE

DALLE MANI DI FRANCESCO

(Il Magistero)

PAPA FRANCESCO MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE “Porta  aperta”  - Mercoledì, 10 marzo 2015 «Chiedere perdono non è un semplice chiedere scusa». E non è facile, così come «non è facile ricevere il perdono di Dio: non perché lui non voglia darcelo, ma perché noi chiudiamo la porta non perdonando» gli altri. Papa Francesco ha aggiunto un tassello alla riflessione sul cammino penitenziale che caratterizza la quaresima: il tema del perdono. La riflessione è partita dal brano della prima lettura, tratto dal libro del profeta Daniele (3, 25.3443), nel quale si legge del profeta Azaria che «era nella prova e ricordò la prova del suo popolo, che era schiavo». Ma, ha puntualizzato il Pontefice, il popolo «non era schiavo per caso: era schiavo perché aveva abbandonato la legge del Signore, perché aveva peccato». Perciò Azaria prega così: «Non ci abbandonare fino in fondo, per amore del tuo nome! Non ritirare da noi la tua misericordia! Noi siamo diventati più piccoli, abbiamo peccato. Oggi siamo umiliati. Oggi chiediamo misericordia». Azaria, cioè, «si pente. Chiede perdono del peccato del suo popolo». Il profeta, quindi, «nella prova non si lamenta davanti a Dio», non dice: «Ma tu sei ingiusto con noi, guarda cosa ci accade adesso...». Egli afferma invece: «Abbiamo peccato e noi meritiamo questo». Ecco il dettaglio fondamentale: Azaria «aveva il senso del peccato». Il Papa ha poi fatto notare anche che Azaria non dice al Signore: «Scusa, abbiamo sbagliato». Infatti «chiedere perdono è un’altra  cosa,  è  un’altra  cosa  che  chiedere  scusa». Si tratta di due atteggiamenti differenti: il primo si limita alla richiesta di scuse, il secondo implica il riconoscimento di aver peccato. Il peccato infatti «non è un semplice sbaglio. Il peccato è idolatria», è adorare i «tanti idoli che noi abbiamo»: l’orgoglio,  la  vanità,  il  denaro,  il  «me stesso», il benessere. Ecco perché Azaria non chiede semplicemente scusa, ma «chiede perdono». Il brano liturgico del Vangelo di Matteo (18, 21-35) ha quindi portato Francesco ad affrontare l’altra  faccia  del  perdono:  dal  perdono  chiesto  a  Dio  al  perdono  dato  ai  fratelli. Pietro pone una domanda a Gesù: «Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?». Nel Vangelo «non sono tanti i momenti in cui una persona chiede perdono» ha spiegato il Papa, ricordando alcuni di questi episodi. C’è,  ad  esempio,  «la peccatrice che piange sui piedi di Gesù e bagna i piedi con le sue lacrime, li asciuga con i suoi capelli»: in quel caso, ha detto il Pontefice, «quella donna ha peccato molto, ha amato molto e chiede perdono». Poi   si   potrebbe   ricordare   l’episodio   in   cui   Pietro,   «dopo la pesca miracolosa, dice a Gesù: “Allontanati  da  me,  ché  io  sono  un  peccatore”»:

lì però lui «si accorge che non ha sbagliato,  che  c’è  un’altra  cosa  dentro  di  lui». Ancora, si può ripensare a «quando Pietro piange, la notte del giovedì santo, quando Gesù lo guarda». In ogni caso, sono «pochi i momenti in cui si chiede perdono». Ma nel brano proposto dalla liturgia Pietro chiede al Signore quale deve essere la misura del nostro perdono: «Sette volte, soltanto?». All’apostolo   «Gesù   risponde   con   un   gioco   di   parole   che   significa   “sempre”:   settanta   volte   sette,   cioè tu devi perdonare sempre». Qui, ha sottolineato Francesco, si parla di «perdonare», non semplicemente di una richiesta di scuse per uno sbaglio: perdonare «a quello che mi ha offeso, che mi ha fatto del male, a quello che con la sua malvagità ha ferito la mia vita, il mio cuore». Ecco allora la domanda per ciascuno di noi: «Qual è la misura del mio perdono?». La   risposta   può   venire   dalla   parabola   raccontata   da   Gesù,   quella   dell’uomo   «al quale è stato perdonato tanto, tanto, tanto, tanti soldi, tanti, milioni», e che poi, ben «contento» del suo perdono, esce e «trova un compagno che forse aveva un debito di 5 euro e lo manda in carcere». L’esempio   è   chiaro:   «Se io non sono capace di perdonare, non sono capace di chiedere perdono». Perciò Gesù ci insegna a pregare così, il Padre: “Rimetti   a   noi   i   nostri   debiti   come   noi li rimettiamo  ai  nostri  debitori”». Che cosa significa in concreto? Papa Francesco ha risposto immaginando il dialogo con un penitente: «Ma, padre, io mi confesso, vado a confessarmi... — E che fai, prima di confessarti? — Ma, io penso alle cose che ho fatto male — Va bene — Poi chiedo perdono al Signore e prometto di non farne più... — Bene. E poi vai dal sacerdote?». Ma prima «ti manca una cosa: hai perdonato a quelli che ti hanno fatto del male?». Se la preghiera che ci è stata suggerita è: «Rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo agli altri», sappiamo che «il perdono che Dio ti darà» richiede «il perdono che tu dai agli altri». In conclusione Francesco ha così riassunto la meditazione: innanzitutto, «chiedere perdono non è un semplice chiedere scusa» ma «è essere consapevoli  del  peccato,  dell’idolatria  che  io  ho  fatto,   delle tante idolatrie»; in secondo luogo, «Dio sempre perdona, sempre», ma richiede anche che io perdoni, perché «se io non perdono», in un certo senso è come se chiudessi «la porta al perdono di Dio». Una porta invece che dobbiamo mantenere aperta: lasciamo entrare il perdono di Dio affinché possiamo perdonare gli altri.

MANI CHE SCAVANO (Approfondimenti) Per il cristiano il perdono delle offese non è facoltativo. “Se  stai  presentando  la  tua  offerta   all’altare  e  lì  ti  ricordi  che  tuo  fratello  ha  qualche  cosa  contro  di  te,  lascia  il  tuo  dono  davanti   all’altare  e  va’  prima  a  riconciliarti  con  il  tuo  fratello  e  poi  torna  ad  offrire  il  tuo  dono”  (Mt 5, 23) Neppure il sacrificio dunque è gradito a Dio senza il perdono fraterno. Senza  il  perdono  ai  fratelli  non  c’è  il  perdono  di  Dio.  Gesù  lo  dice  nella  parabola  del  servo   debitore e, in maniera ancor più lapidaria, ma quasi provocatoria e fortemente compromettente, lo ripete nel Padre Nostro, dove ci insegna a pregare così: “Rimetti  a  noi  i nostri debiti. Come noi li rimettiamo  ai  nostri  debitori”. Perdonare significa sentire disagio, sofferenza, fastidio, ribellione per le offese ricevute, soprattutto  quando  sono  infondate,  gratuite,  ingiuste.  Né  è  sempre  possibile  “dimenticare”,  cioè   perdere la memoria del male ricevuto, come nulla fosse avvenuto. La pratica del perdono fraterno è una strada in salita. Una regola d’oro  è  questa:  non  lasciare  mai   scendere la notte su tensioni non chiarite, su offese non perdonate. (Mons. Giovanni Nervo – “Le pratiche della carità”) Qual è il percorso del perdono? Vi indico 5 gradini. 1) Le ferite vanno subito ripulite dalla sporcizia altrimenti fanno cancrena. Ci dobbiamo cioè liberare dalla paura del passato, che spesso ci crea grossi problemi. Bisogna saper gestire la nostalgia, sentimento sottilissimo ma pericoloso: essa ha radici profonde nel tuo passato, ma produce frutti acerbi per il tuo presente. 2) La preghiera. San Paolo scrivendo ai Filippesi (cfr. 1, 3-11) crea un simpatico quadrilatero: ricordo, ringrazio, prego e amo. Sono i quattro verbi della purificazione della memoria, tanto invocata da San Giovanni Paolo II. Senza preghiera, senza il cuore rivolto alla croce di Cristo non è possibile pensare al perdono e alla riconciliazione. 3) Una buona confessione ai piedi di Gesù. Cioè da un prete che ti sa accogliere, amare, aprire il cuore al volto di misericordia di Cristo Gesù.   E’   proprio   nel   dono   diretto   della   confessione   che   entra   in   gioco   l’antidoto   dell’invidia   e   della   gelosia.   Si   chiama   con   una   parola   meravigliosa:   emulazione.  Cioè  rincorrersi  nel  bene,  con  mete  sempre  più  alte,  dove  vedi  il  progresso  dell’altro  e   non ne resti segnato in negativo. 4) Ci vuole anche una comunità accogliente, capace, aperta, che stima e sostiene. Una comunità capace di esortazione. Qui il modello è Barnaba, che si fa apostolo di riconciliazione con Saulo. Diventa mediatore perché sa dire le parole giuste al momento giusto. Sa riammettere i feriti nel  cerchio  della  comunità.  Sana  realmente  le  ferite.  Lui  vede  il  bene  che  c’è  ad  Antiochia  e  se  ne   rallegra.   Lo   evidenzia,   lo   magnifica.   Opera   un’azione   preziosissima   di   stima.   Saper   esortare   significa compiere il frutto più grande nel cammino della riconciliazione. 5) Diventare ministri di consolazione. Una volta cioè compiuto questo cammino ed essere diventati capaci di perdonare, allora si può insegnare agli altri. Pensate ad una mamma che ha perdonato nel cuore, pur tra mille lacrime, colui che le ha ucciso il figlio. Nessuno meglio di quella mamma sa essere strumento di consolazione. (Mons. Giancarlo Maria Bregantini, “Le  opere  di  misericordia  spirituale”)

Nel perdono il male non ha l’ultima  parola: la morte non vince sulla vita e la riconciliazione può sostituirsi alla fine della relazione. Il perdono ci fa entrare nella dinamica pasquale. Ma poi, in questo cammino, per il cristiano è fondamentale riscoprirsi perdonato da Dio in Cristo, e questo farà sì che l’atto   di   perdono   che   si   compirà   non sarà tanto (o soltanto) un atto di volontà, ma l’apertura al dono di grazia del Signore. Il perdono poi, una volta accordato, può riaprire la relazione e allora può avvenire la riconciliazione. Il perdono è onnipotente nel senso che tutto può essere perdonato; al tempo stesso è debole, in quanto nulla assicura  che  l’offensore  cesserà  di  fare il male. In questo senso il perdono cristiano può essere compreso solo alla luce dello scandalo e del paradosso della croce, dove la potenza di Dio si manifesta nella debolezza del Figlio. Il Cristo Crocefisso è colui che dalla croce offre il perdono a chi non lo chiede, vivendo l’unilateralità di un amore asimmetrico che è l’unico  modo  per  aprire  a  tutti  la via della salvezza. (Luciano Manicardi – “La fatica della carità”)

PRESI PER MANO

(Una testimonianza)

SANTA MARIA GORETTI La famiglia Goretti, originaria di Corinaldo, nelle Marche, era composta dai coniugi Luigi Goretti e Assunta Carlini, entrambi coltivatori diretti, e dai loro sei figli (un settimo figlio, il primogenito, morì a pochi mesi). La vita della giovane Maria, fino al suo omicidio, non fu diversa da quella dei figli di molti lavoratori agricoli che dovettero lasciare le proprie terre per cercare sostentamento altrove: analfabetismo,  denutrizione,  lavoro  pesante  fin  dall’infanzia. Maria, deceduta a 11 anni, appariva vistosamente sottopeso e presentava sintomi di malaria in fase avanzata. I Goretti, in cerca di una migliore occupazione, giunsero in provincia di Roma, assieme ai Serenelli: una famiglia amica. Nel 1900, Luigi Goretti morì di malaria e la collaborazione coi Serenelli, anch’essi  in  difficoltà,  si   fece ancora più stretta. Alessandro, secondogenito dei Serenelli, tentò diversi approcci di natura sessuale nei confronti dell’undicenne,   che   raggiunsero   il   culmine   nell’estate   del   1902:   il   5   luglio,   con   la   scusa   di   farsi   rammendare dei vestiti, Alessandro attirò Maria in casa e tentò di violentarla. Di fronte alle grida e ai tentativi di difendersi, la ferì più volte con un punteruolo. Al   processo,   confermando   quanto   detto   ai   carabinieri   immediatamente   dopo   l’arresto,   Serenelli   confessò  di  aver  preparato  l’arma  e  di  aver  deciso  di  usarla  qualora  la  bambina  gli  avesse  opposto   resistenza. Confessò inoltre che la decisione di uccidere Maria era stata in parte motivata dal desiderio di fuggire dalla vita intollerabile nei campi, nella convinzione che la vita in carcere fosse preferibile. Maria,   ancora   cosciente,   venne   trasportata   all’ospedale   Orsenigo   di   Nettuno;;   la   morte   sopravvenne il giorno successivo per una setticemia conseguente ad un intervento chirurgico. Le esequie vennero celebrate  l’8  luglio  1902  nella  cappella  dell’ospedale  e  il  corpo  della  bambina   tumulato nel cimitero comunale. Alessandro Serenelli fu condannato a 30 anni di reclusione. Nel carcere giudiziario di Noto, dal 1902 al 1918, incoraggiato dal vescovo di Noto del tempo, Giovanni Blandini, maturò il pentimento e la conversione alla religione cattolica. Anni dopo Serenelli avrebbe raccontato di aver tentato una riconciliazione con la famiglia e la religione in seguito a un sogno in cui la sua vittima gli offriva dei gigli che si trasformavano in fiammelle. Nel 1929, dopo 27 anni di reclusione, Serenelli fu scarcerato in anticipo per buona condotta e chiese il perdono dei familiari di Maria Goretti. La madre glielo accordò. Dopo tale episodio, Serenelli trascorse il resto della sua vita come giardiniere e portinaio in un convento di cappuccini a Macerata dove morì il 6 maggio 1970.

MANI IN ALTO

(Preghiere)

SIGNORE RICORDA Signore ricorda non solo gli uomini e le donne di buona volontà, ma anche tutti quelli di cattiva volontà. Non ricordare solo tutte le sofferenze che ci hanno inflitto. Ricorda i frutti che abbiamo prodotto grazie a questa sofferenza... la nostra solidarietà, la nostra lealtà, la nostra umiltà, il nostro coraggio e la nostra generosità, la grandezza di cuore che tutto questo ha ispirato. E quando saranno davanti a Te per essere giudicati, fa’  che  tutti  questi  frutti  che  abbiamo  generato siano la loro ricompensa e il loro perdono. Preghiera scritta da un detenuto nel campo di concentramento di Ravensbruck

IL MIO DIO FRAGILE Il mio Dio non è un Dio duro, impenetrabile e insensibile Il mio Dio è fragile. È della mia razza. E io della sua. Lui è un uomo e io quasi Dio. Lui amò il mio fango. L’amore  ha  reso  fragile  il  mio  Dio. Lui  conobbe  l’allegria  umana,  l’amicizia, il gusto della terra e delle sue cose. Il mio Dio ebbe fame e sonno e si riposò. Il mio Dio si arrabbiò e fu dolce come un bambino. Il mio Dio ebbe paura di fronte ala morte. Non mai il dolore, ma fu amico di tutti i malati e si prese cura di loro. Il mio Dio fu scartato e perseguitato, pianse e fu abbandonato. Amò tutto quanto è umano il mio Dio: le cose e gli uomini, il pane e la donna, i buoni e i peccatori. Il mio Dio fu un uomo del suo tempo. Vestiva come tutti, parlava il dialetto della sua terra, lavorava con le sue mani. Il mio Dio fu debole con i deboli. Lo uccisero perché era sincero e amava la verità. Era fragile e non si difese. Ma il mio Dio morì senza odiare e perdonò a tutti. Anonimo

SOPPORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLESTE

NELLE MANI DI DIO (La Sacra Scrittura) LA PAZIENZA COME IL LUNGO RESPIRO DI DIO (2Pt. 3, 9.15) In Dio la pazienza non è impassibilità o passività, ma è passione di amore. Egli ha scelto di soffrire per l’uomo,   attendendo   i   suoi   tempi.   Quando   l’uomo   di   convertirà?   Non   si   sa,   ma   Dio   lo   attende con pazienza. Il  Signore  non  ritarda  l’adempimento  della  sua  promessa,  come  pretendono  alcuni;;  ma  è  paziente   verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti   giungano   al   ravvedimento.   (…)   E considerate che la pazienza del nostro Signore è per la vostra salvezza, come anche il nostro caro fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data. La pazienza è lo sguardo grande di Dio nei confronti  dell’uomo.  In  Cristo  Dio  accetta  di  “portare  il   peso”, di “sopportare”   l’incompiutezza   e   inadeguatezza   umane   assumendo   la   responsabilità   dell’uomo  nella  sua  fallibilità.  Per  il  cristiano  poi  la  pazienza  è  frutto  dello  Spirito  e  si  declina  come   perseveranza e costanza nelle tribolazioni, come capacità di sopportazione verso chi procura fastidi, come lungo sguardo nei confronti delle inadeguatezze degli altri.

PAUN  AMORE  CHE…  TUTTO  SOPPORTA  (1Cor 13) Agli Efesini San Paolo scrive: “Comportatevi   con   ogni   umiltà,   dolcezza   e   magnanimità,   sopportandovi   a   vicenda   con   amore”   (Ef.   4,2).   E   ai   Galati:   “Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo”.  (Gal  6,  2).  E  ai  Colossesi:  “Sopportatevi a vicenda e perdonatevi gli uni  gli  altri,  se  qualcuno  ha  di  che  lamentarsi  nei  riguardi  di  un  altro”. Ma per tentare di esercitare la pazienza nei quotidiani e infiniti casi in cui è messa a dura prova non  possiamo  che  citare  l’inno  alla  carità  che  segue. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente. L’amore  è  paziente,  è  benevolo;;  l’amore  non  invidia;;  l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il   proprio   interesse,   non   s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia,  ma  gioisce  con  la  verità;;  soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.

L’amore   non   verrà   mai   meno.   Le   profezie verranno abolite; le lingue cesseranno; e la conoscenza verrà abolita; poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito. Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto. Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più  grande  di  esse  è  l’amore. Dice  l’“Imitazione di Cristo”:  “Sopporta  te  stesso  e  gli  altri  con  Cristo  e  per  Cristo.  Se  entrassi  una   volta perfettamente nella intimità di Gesú e sentissi, sia pure in piccola misura, il sapore del Suo amore ardente, allora non ti cureresti piú per nulla del tuo comodo o del tuo scomodo ma, piuttosto,  gioiresti  degli  obbrobri  a  te  fatti  perché  l’amore  di  Cristo  fa  che uno  disprezzi  se  stesso”.   Dove  per  “disprezzare”  non  si  intende  sicuramente  il  provare  schifo  di  se  stessi,  ma  un  abbassare   l’interesse   verso   di   sé   e   di   lasciarsi,   invece,   cullare   e   portare   dolcemente   dall’amore   ardente   di   Cristo Gesú.

DALLE MANI DI FRANCESCO

(Il Magistero)

PAPA FRANCESCO MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE “La  saggezza  dei  cristiani”  - Mercoledì, 24 maggio 2013 «Nella preghiera che è nel messale latino per la messa di questa mattina dedicata a santa Maria Ausiliatrice — ha detto Papa Francesco nell’omelia   di   oggi   — chiediamo due grazie: sopportare con pazienza e vincere con amore le oppressioni, esterne e interne». Sono grazie proprie di un cristiano; ma «sopportare con pazienza non è facile» ha riconosciuto il Pontefice. Infatti «quando sopraggiungono difficoltà da fuori o quando nascono problemi nel cuore, nell’anima,   problemi   interiori,   non   è   facile   sopportarli   con pazienza. È più facile diventare impazienti». Cosa significa dunque sopportare? Sopportare è «portare una difficoltà. Ma è portare addosso una difficoltà? No. Sopportare — ha spiegato il Santo Padre — è prendere la difficoltà e portarla su, con forza, perché la difficoltà non ci abbassi. Questa è una virtù cristiana. San Paolo ne parla parecchie volte. Sopportare perciò significa non lasciarci vincere dalle difficoltà. Il cristiano ha la forza di non abbassare le braccia, ma di portare su, di sopportare». Compito non facile, perché si è presi dallo scoraggiamento e viene la voglia «di abbassare le braccia e dire: Andiamo, facciamo quello che possiamo e niente di più! Sopportare è una grazia e dobbiamo chiederla nelle difficoltà». L’altra  grazia  di  cui  ha parlato  il  Pontefice  è  quella  di  vincere  con  l’amore. «Si può vincere — ha precisato — in tanti modi, ma la grazia che noi chiediamo oggi è la grazia della  vittoria  per  mezzo  dell’amore.  Non  è  facile». L’amore  consiste  in  «quella mitezza che Gesù ci ha insegnato. Quella è la vittoria». L’apostolo   Giovanni,   ha   detto   in   proposito   il   Pontefice,   «ci dice nella prima lettera: questa è la nostra vittoria, la nostra fede. La nostra fede è proprio questo: credere in Gesù che ci ha insegnato l’amore  e  ci  ha  insegnato  ad  amare  tutti.  E  la  prova  che  noi  siamo  nell’amore  è  quando  preghiamo   per i nostri nemici». Il Santo Padre ha portato come esempio la saggezza degli anziani: «Quante persone anziane hanno percorso questa strada. È bello guardarle. Hanno quello sguardo bello, quella felicità serena. Non parlano tanto ma hanno un cuore paziente e pieno d’amore.   Sanno   cosa   è   il   perdono   dei   nemici,   sanno   cosa   è   pregare   per   i   nemici.   Tanti   cristiani   sono così». Se invece «prendiamo   l’altra   strada»,  quella   del  non   perdono,   dell’amore   negato,   allora   «siamo impazienti e ci stanchiamo». «La vittoria — ha concluso — è   la   fede   in   Gesù   che   ci   ha   insegnato   la   strada   dell’amore,   e   la   sconfitta  è  il  percorrere  l’altra  strada.  Quanti  cristiani  tristi,  scoraggiati troviamo perché non hanno avuto questa grazia di sopportare con pazienza e di vincere con amore!».

MANI CHE SCAVANO (Approfondimenti) Vi sono molestatori casuali e involontari. Per esempio, raramente ci fanno piacere le persone sconosciute che entrano con noi in ascensore o nello scompartimento di un treno, o che ci siedono accanto  in  autobus  o  sull’aereo. Anche i nostri superiori, i nostri colleghi, e perfino i nostri familiari e i nostri amici, sovente, ci sono molesti, anche quando non hanno intenzione di offenderci. Vi sono molestatori che stanno adempiendo un dovere, come, ad esempio, i poliziotti che ci controllano  i  documenti  o  ci  costringono  a  fare  l’alcol-test. Vi sono i molestatori per incompatibilità col nostro umore. Vi  sono  stati  d’animo tra loro incompatibili. Spesso non ci si rende conto di quanto il nostro buonumore sia insopportabile per chi porta dentro una pena e, viceversa, come la nostra depressione sia fastidiosa per chi si sta sforzando di tenere in equilibrio il proprio umore. Vi sono molestatori per vizio, come i famigerati attaccabottoni, veri ladri della nostra libertà, o i mendicanti di professione. Qui  la  colpa  sta  a  monte,  nell’aver  contratto  il  vizio,  ma  non  nel  singolo  atto. E poi vi sono i molestatori per necessità: coloro che hanno bisogno di qualcosa e sperano di ottenerla da noi. Sono coloro che tendono la mano per un aiuto materiale o morale; coloro per i quali siamo (o essi credono che siamo!) una risorsa. In tutti questi e in altri casi la sopportazione è indispensabile per la coesione della vita sociale. In primo luogo per dovere di reciprocità, perché siamo ben consapevoli di essere sovente molesti anche noi; in secondo luogo perché le manifestazioni di impazienza si pagano con il deterioramento dei rapporti sociali. (Mario Tiberi & Pierluigi Leoni - “Sopportare pazientemente le persone moleste”)

SOPP ORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLE STE La  sopportazione  paziente  dell’altro  che  è  sentito  come  fastidioso  ed  ostile  va  di  pari  passo  con   la pazienza verso se stessi e le proprie incongruità, verso gli eventi che resistono ai nostri desideri e alle nostre volontà, verso Dio il cui disegno di salvezza resta incompiuto. Lungi  dall’essere  sinonimo  di  debolezza,  la  pazienza  è  forza  nei  confronti  di  se  stessi,  capacità di   non   agire   compulsivamente,   attesa   dei   tempi   dell’altro,   capacità   di   supportare   l’altro,   di   sostenere  e  portare  l’altro. Nella tradizione cristiana la pazienza è considerata una virtù, perfino “la   più   grande   virtù   (summa  virtus)”. Oggi  però  la  pazienza  ha  perso  molto  fascino:  i  tempi  frettolosi  spingono  all’impazienza,  al  non   differimento, al “tutto  e  subito”,  al  possesso  che  non  lascia  spazio  all’attesa. L’individualistica   affermazione   di   sé   diventa   non   volontà   di   attesa   e   di   comprensione   dell’altro   che troppo rapidamente rischia di diventare molesto o fastidioso, certamente di intralcio. Ecco allora che la pazienza, la quale era un tempo modalità sapiente e umana di abitare il mondo, è ormai posta nel dimenticatoio. (Luciano Manicardi – “La fatica della carità”)

Di fronte alla molestia la proposta del testo sacro, soprattutto il Nuovo Testamento, è sconvolgente. Dice che con il nostro amore dichiaratamente cristiano noi possiamo “alleggerire   i   pesi”  di una comunità attuando questa sesta opera di misericordia spirituale. Nella fattispecie attraverso questo processo: lo Spirito di Gesù Cristo, il quale è riuscito a sopportare nel suo corpo perfino la tortura e gli aculei della flagellazione, opera in noi attraverso la sua grazia, permettendoci non solo di sopportare pazientemente le persone moleste, ma anche, quasi,  di  reintegrarle  nella  comunità  mediante  un’azione  di  riappacificazione. Più, cioè, nel cuore di un battezzato e di una battezzata pulsano gli stessi battiti del cuore di Gesù, più la comunità cristiana e quella civile vengono edificate nella speranza, curate nelle proprie ferite nel balsamo della carità. Lo aveva capito bene San Paolo quando ai Romani, nel cuore del capitolo 12, aveva rivelato il segreto, certamente più efficace, per sopportare pazientemente le persone moleste, mediante questo invito: “Non  lasciarti  vincere  dal  male,  ma  vinci  il  male  con  il  bene”. (Rom. 12, 21). Se  tutti  e  tutte  operassimo  così  nel  mondo  di  domani  non  ci  sarebbe  più  quell’ospite  inquietante   che tutti chiamiamo molestatore. (Gianluigi Pasquale – “Le opere di misericordia spirituale”)

PRESI PER MANO

(Una testimonianza)

SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY Giovanni Maria Vianney, di famiglia contadina, nasce in Francia, nei dintorni di Lione, nel 1786. È  l’epoca  della  Rivoluzione  Francese;;  in  Francia  il  cristianesimo  è  pressoché  distrutto. Con grandi difficoltà e continue fatiche, Giovanni Maria può coronare il suo sogno, diventare sacerdote. Il suo vescovo lo invia in un piccolo villaggio di campagna, dove la vita cristiana è stata da tempo abbandonata. Il giorno stesso del suo ingresso in paese, avviene un fatto insolito: è inverno, con la bisaccia sulle spalle, prima di entrare nel villaggio, incontra un giovane a cui domanda la strada. Il giovane prontamente gliela indica e lui risponde: “Tu   mi   hai  mostrato  la   strada   per   Ars,   io  ti   mostrerò  la  strada  del  paradiso”. Questa affermazione diventa il progetto di vita del nuovo «curato» (parroco) di Ars. Di notte Giovanni Maria prega, di giorno trascorre ore ed ore al confessionale. La sua fama di confessore di diffonde in tutta la Francia. Bisogna attendere giorni e giorni per poterlo incontrare nella piccola chiesa. Sono molte le persone che da anni non si confessano! Con tutte le persone che entrano nel confessionale il santo curato usava misericordia e pazienza, esercitando il ministero della consolazione, prescindendo dal fatto che fossero garbate o meno, noiose o meno e magari che lui fosse stanco. Spesso   il   Curato   d’Ars   è   stremato;;   mangia   e   dorme   pochissimo   ed   è   continuamente   assalito   dalla folla. Muore a 73 anni, consumato dal desiderio di diffondere negli altri la misericordia di Dio. Diventa,  per  tutta  la  Chiesa,  l’esempio  della  pazienza  e  della  dedizione al prossimo.

MANI IN ALTO

(Preghiere)

ANCHE SE STANCO E SPOSSATO UOMO NON TI RIPOSARE Anche se stanco e spossato, o uomo, non ti riposare. Non abbandonare la tua lotta solitaria, continua, non ti riposare. Batterai sentieri incerti e aggrovigliati, non salverai, forse, che qualche povera vita, ma non perdere la fede, o uomo, non ti riposare. La tua stessa vita ti consumerà e ti sarà ferita, crescenti ostacoli sorgeranno sul tuo cammino: o uomo, caricati di questi pesi, no ti riposare. Salta al di là delle pene e degli affanni Pur se fossero alti come montagne. E se anche non intravedi che campi aridi e sterili, ara, o uomo, questi campi, non ti riposare. Il mondo sarà avvolto dalle tenebre: sarai tu a gettarvi luce, dispenserai  l’oscurità  che  lo  circonda. Anche quando la vita ti abbandoni uomo, non ti riposare. Non darti mai riposo, dona riposo agli altri. Vecchio  inno  gujarati  che  Ghandi  si  fece  recitare  all’incontro di  preghiera  dell’ultimo  giorno  della  sua  vita.

PASSA TRANQUILLAMENTE TRA IL RUMORE E LA FRETTA Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio. Dì la verità con calma e chiarezza e ascolta gli altri: anche i noiosi e gli ignoranti hanno una storia da raccontare. Gioisci dei tuoi risultati così come i tuoi progetti. Sii semplice e prudente ma questo non ti impedisca di essere coraggioso e coltivare i tuoi sogni e desideri:

molte persone lottano per grandi ideali e dunque la vita è piena di eroismo e passione. Sii sempre te stesso. Soprattutto non fingere negli affetti e  non  essere  presuntuoso  nell’amicizia, perché a dispetto di tutte le fatiche e delusioni, essa  è  perenne  come  l’erba  del  campo. Sii in pace con Dio, in qualunque modo tu lo concepisca, conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita. Sii nella pace con tutti, perché grazie agli altri e insieme con loro potrai incontrare la vera gioia. Amen Anonimo

PREGARE DIO PER I VIVI E PER I MORTI

NELLE MANI DI DIO (La Sacra Scrittura) L’INTERCESSIONE DI ABRAMO (Gen. 18, 20-33) Abramo   si   interpone   tra   l’ira   di   Dio   e   le   città   peccatrici   di   Sodoma   e   Gomorra.   Mercanteggia   la   misericordia con Dio, domandando la loro salvezza grazie a 50 giusti, scendendo poi fino a 10? Riteniamo che non sia la pretesa assurda di influenzare Dio, ma piuttosto lo sforzo ardito e coraggioso  di  entrare  nell’orbita  della  sua  misericordia. Disse allora il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto   con   l’empio?   Forse   vi   sono  cinquanta   giusti   nella   città:   davvero   li   vuoi   sopprimere?   E   non   perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire   il   giusto   con   l’empio,   così   che   il   giusto   sia   trattato   come   l’empio;;   lontano   da   te!   Forse   il   giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta  giusti  nell’ambito  della  città,  per  riguardo  a  loro  perdonerò  a  tutto  quel  luogo».  Abramo   riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci». Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione. Nella preghiera di intercessione (dal latino intecedere) noi peroriamo la causa di qualcuno, prendendo su di noi i pesi di coloro per i quali preghiamo. Noi  creiamo  ponti  tra  le  parti,  tra  Dio  e  l’uomo.   E’  una  preghiera  che  fa  riferimento al progetto di Dio e permette di partecipare alla sua opera di salvezza,  entrando  in  una  specie  di  “partenariato”  con  lui.   Oggetto della preghiera sono “le  gioie  e  le  speranze, le  tristezze  e  le  angosce  degli  uomini  d’oggi”   (Gaudium et Spes 1).

NELLE MANI DI DIO (Sap 3, 1-9) Ma  dove  sono  i  morti?  Qual  è  la  loro  dimora?  E  che  cosa  c’è  dopo  la  morte?  E’  la  domanda  che   ossessiona  molta  gente.  Perché,  in  fondo,  l’uomo  riconosce  di  buon  grado  di  essere  mortale,  ma   non può accettare facilmente l’idea  di  dissolversi  totalmente  nel  nulla.  Troviamo  la  risposta  nel  libro   della Sapienza. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la  loro  speranza  resta  piena  d’immortalità. In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiuolo e  li  ha  graditi  come  l’offerta  di  un  olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno, come scintille nella stoppia correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro. Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità, i  fedeli  nell’amore  rimarranno  presso  di  lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti. L’uomo  non  è  destinato  a  scomparire  come  un  animale;;  i  nostri  morti non si dissolvono nel nulla; essi  “vivono in Dio”  e  rimangono  strettamente  a  noi  legati. Né   fantasmi,   né   puri   spiriti,   essi   continuano   ad   essere   delle   “persone”   a   pieno   titolo   che   ci   precedono  nel  “faccia a faccia”  eterno  con  Dio. Una autentica relazione con loro può essere vissuta unicamente nella preghiera, in modo particolare nella celebrazione eucaristica, non certo facendo ballare i tavolini o invocando gli spiriti.

DALLE MANI DI FRANCESCO

(Il Magistero)

UDIENZA GENERALE DI PAPA FRANCESCO Piazza San Pietro - Mercoledì, 17 giugno 2015 Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Nel   percorso   di   catechesi   sulla   famiglia,   oggi   prendiamo   direttamente   ispirazione   dall’episodio   narrato  dall’evangelista  Luca,  che  abbiamo  appena  ascoltato (cfr Lc 7,11-15). E’   una   scena   molto   commovente,   che   ci   mostra   la   compassione   di   Gesù   per   chi   soffre   – in questo  caso  una  vedova  che  ha  perso  l’unico  figlio  – e ci mostra anche la potenza di Gesù sulla morte. La  morte  è  un’esperienza  che  riguarda tutte le famiglie, senza eccezione alcuna. Fa parte della vita; eppure, quando tocca gli affetti familiari, la morte non riesce mai ad apparirci naturale. Per i genitori, sopravvivere ai propri figli è qualcosa di particolarmente straziante, che contraddice la natura elementare dei rapporti che danno senso alla famiglia stessa. La perdita di un figlio o di una figlia è come se fermasse il tempo: si apre una voragine che inghiotte il passato e anche il futuro. La morte, che porta via il figlio piccolo o giovane, è uno schiaffo alle promesse, ai doni e sacrifici d’amore  gioiosamente  consegnati  alla  vita  che  abbiamo  fatto  nascere. Tante volte vengono a Messa a Santa Marta genitori con la foto di un figlio, di una figlia, bambino, ragazzo, ragazza, e mi dicono:  “Se ne  è  andato,  se  ne  è  andata”. E lo sguardo è tanto addolorato. La morte tocca e quando è un figlio tocca profondamente. Tutta la famiglia rimane come paralizzata, ammutolita. E qualcosa di simile patisce anche il bambino che rimane solo, per la perdita di un genitore, o di entrambi. Quella  domanda:  “Ma  dov’è  il  papà?  Dov’è  la  mamma?  Ma  è  in  cielo? Ma  perché  non  lo  vedo?”. Questa  domanda  copre  un’angoscia  nel  cuore  del  bambino  che  rimane  solo. Il  vuoto  dell’abbandono  che  si  apre  dentro  di  lui  è  tanto  più angosciante per il fatto che non ha neppure  l’esperienza  sufficiente  per  “dare  un  nome”  a quello che è accaduto. “Quando  torna  il  papà?  Quando  torna  la  mamma?”. Cosa rispondere quando il bambino soffre? Così è la morte in famiglia. In questi casi la morte è come un buco nero che si apre nella vita delle famiglie e a cui non sappiamo dare alcuna spiegazione. E a volte si giunge persino a dare la colpa a Dio. Ma quanta gente - io li capisco - si arrabbia con Dio, bestemmia: “Perché  mi  hai  tolto  il  figlio, la figlia?  Ma  Dio  non  c’è,  Dio  non  esiste! Perché  ha  fatto  questo?”. Tante volte abbiamo sentito questo. Ma  questa  rabbia  è  un  po’  quello  che  viene  dal  cuore  del  dolore  grande;;  la  perdita  di  un  figlio  o  di   una figlia, del papà o della mamma, è un grande dolore. Questo accade continuamente nelle famiglie. In questi casi, ho detto, la morte è quasi come un buco.

Ma   la   morte   fisica   ha   dei   “complici”   che   sono   anche   peggiori   di   lei,   e   che   si   chiamano   odio,   invidia, superbia, avarizia; insomma, il peccato del mondo che lavora per la morte e la rende ancora più dolorosa e ingiusta. Gli affetti familiari appaiono come le vittime predestinate e inermi di queste potenze ausiliarie della  morte,  che  accompagnano  la  storia  dell’uomo. Pensiamo   all’assurda   “normalità”   con   la   quale,   in   certi   momenti   e   in   certi   luoghi,   gli   eventi   che   aggiungono  orrore  alla  morte  sono  provocati  dall’odio  e  dall’indifferenza  di  altri  esseri  umani. Il  Signore  ci  liberi  dall’abituarci  a  questo! Nel popolo di Dio, con la grazia della sua compassione donata in Gesù, tante famiglie dimostrano con  i  fatti  che  la  morte  non  ha  l’ultima  parola:  questo  è  un  vero  atto  di  fede. Tutte le volte che la famiglia nel lutto – anche terribile – trova la forza di custodire la fede e l’amore   che   ci   uniscono   a   coloro che amiamo, essa impedisce già ora, alla morte, di prendersi tutto. Il buio della morte va affrontato con un più intenso lavoro di amore. “Dio  mio,  rischiara  le  mie  tenebre!”,  è  l’invocazione  della  liturgia  della  sera. Nella luce della Risurrezione del Signore, che non abbandona nessuno di coloro che il Padre gli ha   affidato,   noi   possiamo   togliere   alla   morte   il   suo   “pungiglione”,   come   diceva   l’apostolo   Paolo   (1Cor 15,55); possiamo impedirle di avvelenarci la vita, di rendere vani i nostri affetti, di farci cadere nel vuoto più buio. In   questa   fede,   possiamo   consolarci   l’un   l’altro,   sapendo   che   il   Signore   ha   vinto   la   morte   una   volta per tutte. I nostri cari non sono scomparsi nel buio del nulla: la speranza ci assicura che essi sono nelle mani buone e forti di Dio. L’amore  è  più  forte  della  morte. Per   questo   la   strada   è   far   crescere   l’amore,   renderlo   più   solido,   e   l’amore   ci   custodirà   fino   al   giorno in cui ogni lacrima sarà asciugata, quando «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (Ap 21,4). Se   ci   lasciamo   sostenere   da   questa   fede,   l’esperienza   del   lutto   può   generare   una   più   forte   solidarietà dei legami famigliari, una nuova apertura al dolore delle altre famiglie, una nuova fraternità con le famiglie che nascono e rinascono nella speranza. Nascere e rinascere nella speranza, questo ci dà la fede. Ma  io  vorrei  sottolineare  l’ultima  frase  del  Vangelo  che  oggi  abbiamo  sentito  (cfr  Lc 7,11-15). Dopo che Gesù riporta alla vita questo giovane, figlio della mamma che era vedova, dice il Vangelo: “Gesù  lo  restituì  a  sua  madre”. E questa è la nostra speranza! Tutti i nostri cari che se ne sono andati, il Signore ce li restituirà e noi ci incontreremo insieme a loro. Questa speranza non delude! Ricordiamo bene questo gesto di Gesù: “E  Gesù  lo  restituì a sua madre”, così farà il Signore con tutti i nostri cari nella famiglia! Questa fede ci protegge dalla visione nichilista della morte, come pure dalle false consolazioni del mondo, così che la verità cristiana «non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere, cedendo ai riti della superstizione, antica o moderna» (Benedetto XVI, Angelus del 02.11. 2008). Oggi è necessario che i Pastori e tutti i cristiani esprimano in modo più concreto il senso della fede  nei  confronti  dell’esperienza famigliare del lutto. Non si deve negare il diritto al pianto - dobbiamo piangere nel lutto -, anche Gesù «scoppiò in pianto» e fu «profondamente turbato» per il grave lutto di una famiglia che amava (Gv 11,33-37). Possiamo piuttosto attingere dalla testimonianza semplice e forte di tante famiglie che hanno saputo cogliere, nel durissimo passaggio della morte, anche il sicuro passaggio del Signore, crocifisso e risorto, con la sua irrevocabile promessa di risurrezione dei morti. Il  lavoro  dell’amore  di  Dio è più forte del lavoro della morte. E’  di  quell’amore,  è  proprio  di  quell’amore,  che  dobbiamo  farci  “complici”  operosi,  con  la  nostra   fede! E  ricordiamo  quel  gesto  di  Gesù:  “E Gesù lo restituì a sua madre”,  così  farà  con  tutti  i  nostri  cari  e   con noi quando ci incontreremo, quando la morte sarà definitivamente sconfitta in noi. Essa è sconfitta dalla croce di Gesù. Gesù ci restituirà in famiglia a tutti!

MANI CHE SCAVANO (Approfondimenti) L’opera   di   misericordia   “Pregare Dio per i vivi e per i morti”   si   basa  su   una   grande   e   splendida   verità: la Comunione dei Santi. Comunemente abbiamo una concezione riduttiva dei santi: riteniamo tali solo quelli che sono riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa e venerati sugli altari. La realtà non è così. Noi tutti  partiamo  “santi”  dal  fonte  battesimale;;  non  siamo  noi  che  ci  facciamo  santi.   È il Signore che ci ha fatto santi. A noi spetta il compito di conservare e far crescere, con la grazia dello Spirito, la santità che lui ha messo in noi come dono gratuito. Noi  tutti  formiamo  il  corpo  vivo  di  Cristo,  la  famiglia  di  Dio:  come  in  un  corpo  vivo  c’è  una  continua   circolazione di linfa vitale, per cui le preghiere, le buone opere, i benefici di tutte le membra del corpo, uniti a quelli di Cristo, vanno a vantaggio di tutte le altre membra. E’  la  comunione  (circolazione  di  beni)  dei  santi  (dei  cristiani  santificati  dalla  presenza  di  Cristo). Questa visione della vita ci porta a uscire dal nostro egoismo. E la Chiesa ci educa continuamente in tutta la liturgia, che è la sua preghiera pubblica e ufficiale, all’esercizio  di  quest’opera  di  misericordia:  c’è  la  preghiera  per  tutta  la  Chiesa  (“Ricordati, Padre, della   tua   Chiesa   diffusa   su   tutta   la   terra:   rendila   perfetta   nell’amore”), la preghiera per i vivi (“Ascolta la preghiera di questa famiglia, che hai convocato alla tua presenza. Ricongiungi a te, Padre  misericordioso,  tutti  i  tuoi  figli  ovunque  dispersi”)  e  la  preghiera  per  i  defunti  (“Accogli nel tuo regno i nostri fratelli defunti e tutti i giusti che, in pace con te, hanno lasciato questo mondo”). (Mons. Giovanni Nervo – “Le pratiche della carità”)

PREGARE DIO PER I VIVI E PER I MORTI La preghiera dei vivi per i defunti è professione della fede che afferma che la morte fisica non è la fine della vita; che  c’è  sempre  un  “al di là”  ad  ogni  morte  materiale  (cfr. Gv 11,25-26). Perché   per   il   cristiano  tutto   si   vive   nella   fede   in  Cristo;;   non   c’è   nulla   che   possa   essere   escluso   dalla sua fede, nemmeno il ricordo dei defunti, ai quali la vita «non è tolta, ma trasformata» (Prefazio I nella Messa dei defunti). I legami intessuti tra i credenti per la partecipazione al Corpo e al Sangue del Signore non vengono interrotti dalla morte e la preghiera ci permette di ravvivarli continuamente. Non si tratta dunque di pregare per influenzare una qualsiasi decisione di Dio nei confronti di chi è morto, bensì per raccomandarlo alla sua misericordia di giusto giudice e di salvatore. Ancora  una  volta,  alla  base  è  un  legame  di  solidarietà  nell’amore  reciproco:  preghiamo  per  i  morti perché li amiamo. E  sappiamo  che  anch’essi  continuano  ad  amarci,  con  un  amore  ancora  più  grande  di  quello  che   nutrivano per noi nel corso della loro vita terrena, perché non più limitati dalla fragilità della natura umana; adesso essi amano con la stessa  potenza  dell’amore  di  Dio. Nella preghiera esperimentiamo la comunione con loro, mentre chiediamo loro di accompagnarci dal  cielo  e  di  parlare  di   noi  a  Dio;;  esprimiamo  inoltre  la  convinzione  che   l’amore  è  più  forte  della   morte, nella quale non li lasciamo soli. Perché  la  morte  fisica  non  può  sciogliere  i  legami  dell’amore  e  della  carità,  che  tutti  ci  uniscono  in   un solo e stesso corpo. Quando preghiamo per i defunti, ci basta sapere che il loro amore di Dio continua a crescere e che essi hanno bisogno del nostro sostegno, così come noi del loro. Lasciamo il resto a Dio. (Mons. Renato Boccardo - “Le opere di misericordia spirituale”)

PRESI PER MANO

(Una testimonianza)

SANTACHIARA  D’ASSISI Chiara  è  amica  di  Francesco  d’Assisi. Ne segue le orme   e   si   fa   conquistare   dall’ideale   di   povertà   evangelica,   diffuso   dall’umile   frate   d’Assisi. E   così   che   decide   anch’essa   di   votarsi   all’altissima povertà e nella chiesetta di S. Maria degli Angeli, offre i suoi lunghi capelli biondi al taglio delle forbici, per consacrarsi totalmente a Dio. Francesco le fa indossare una povera tonaca rattoppata e nel convento di S. Damiano ha inizio l’avventura  delle  «Povere Dame», poi denominate Monache Clarisse. Chiara vive nella povertà più assoluta, scegliendo  per  l’ordine delle monache clarisse  l’impegno   della preghiera assidua per i vivi e per i defunti. Ella ottiene da Francesco una prima regola fondata sulla povertà. Il carisma della donna si manifestò entro le mura del monastero in contemplazione e preghiera, seguendo in parte il modello benedettino da cui si differenziava per la ferma e coraggiosa difesa della povertà. Un giorno Assisi è insediata dagli invasori saraceni. Chiara,   con   grande   fede,   s’affaccia   al   balcone   del   convento   alle   porte   di   Assisi,   mostrando   agl’invasori  l’Ostensorio  con  il  Santissimo  Sacramento. A tale visione i Turchi scappano e la città è salva. La fede e la preghiera di Chiara hanno fermato le truppe. Più   volte   Francesco   ricorre   all’amica   Chiara   per   avere   dei   consigli   e   lei,   dopo   aver   pregato, sa usare  le  parole  giuste  nell’illuminare  le  scelte  del  poverello  d’Assisi. Muore   l’11   agosto   dell’anno   1253:   la   sua   vita   è   stata   una   continua   e   prolungata   preghiera   per   tutti, vivi e defunti.

MANI IN ALTO SANTA MARIA, VERGINE DELLA NOTTE Santa Maria, Vergine della notte, noi  t’imploriamo  di  starci  vicino quando incombe il dolore, irrompe la prova, sibila il vento della disperazione, e sovrastano sulla nostra esistenza il cielo nero degli affanni, o il freddo delle delusioni o  l’ala  severa  della  morte. Liberaci dai brividi delle tenebre. Nell’ora  del  nostro  calvario, Tu,  che  hai  sperimentato  l’eclissi  del  sole, stendi il tuo manto su di noi, sicché, fasciati dal tuo respiro, ci sia più sopportabile la lunga attesa della libertà. Alleggerisci con carezze di Madre la sofferenza dei malati. Riempi di presenze amiche e discrete il tempo amaro di chi è solo. Spegni i focolai di nostalgia nel cuore dei naviganti, e offri loro la spalla, perché vi poggino il capo. Preserva da ogni male i nostri cari che faticano in terre lontane e conforta, col baleno struggente degli occhi, chi ha perso la fiducia nella vita. Ripeti ancora oggi la canzone del Magnificat, e annuncia straripamenti di giustizia a tutti gli oppressi della terra. Non ci lasciare soli nella notte a salmodiare le nostre paure.

(Preghiere)

Anzi,  se  nei  momenti  dell’oscurità ti metterai vicino a noi e ci sussurrerai che anche Tu, Vergine  dell’Avvento, stai aspettando la luce, le sorgenti del pianto si disseccheranno sul nostro volto. E  sveglieremo  insieme  l’aurora. Così sia. Don Tonino Bello

RESTA CON NOI Resta con noi, Signore Gesù, perché senza di te il nostro cammino affonderebbe nel buio della notte. Resta con noi, Signore Gesù, per condurci sulle vie della speranza che non muore e nutrirci con il pane dei forti che è la tua Parola. Resta con noi, Signore, fino  all’ultima  sera  quando,  chiusi  gli  occhi, li riapriremo sul tuo volto trasfigurato dalla gloria e ci troveremo anche noi fra le braccia del Padre nel  Regno  dell’eterno  splendore. Amen Anna Maria Canopi

SE MI AMI NON PIANGERE Non piangere per la mia dipartita. Ascolta questo messaggio. Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo; se tu potessi vedere e sentire ciò che io vedo e sento in questi orizzonti senza fine, e in quella luce che tutto investe e penetra, non piangeresti. Sono  ormai  assorbito  dall’incanto  di  Dio, dalla sua sconfinata bellezza. Le cose di un tempo sono così piccole e meschine al confronto. Mi è  rimasto  l’affetto  per  te,  una  tenerezza che non hai mai conosciuto. Ci siamo visti e amati nel tempo: ma tutto era allora fugace e limitato. Ora vivo nella serena speranza e nella gioiosa attesa del tuo arrivo tra noi. Tu pensami così. Nelle tue battaglia, orièntati a questa meravigliosa casa dove non esiste la morte e dove ci disseteremo insieme, nell’anelito  più  puro  e  più  intenso, alla  fonte  inestinguibile  della  gioia  e  dell’amore. Non piangere, se veramente mi ami. S. Agostino

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