Supplica a mia madre

June 13, 2018 | Author: Anonymous | Category: N/A
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Pier Paolo Pasolini

Supplica a mia madre È difficile dire con parole di figlio ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere: è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Era l'unico modo per sentire la vita, l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.

Sei insostituibile. Per questo è dannata alla solitudine la vita che mi hai data.

Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori dalla ragione.

E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame d'amore, dell'amore di corpi senza anima.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile… Pier Paolo Pasolini, Supplica a mia madre In Poesia in forma di rosa(1961-64)

Commento di Claudio Rampini Castel Madama 26 Gennaio 2013

Cara mamma, mi rivolgo a te come figlio, ma quel che ho da dirti ha davvero poco in comune con ciò che un figlio esprime in termini di sentimenti, di affetti e di giochi che normalmente allietano ed alleviano la vita di ogni madre. Come potrei dirlo altrimenti? Tu sei la sola che sa ciò che è celato nel mio cuore ed è impossibile nasconderti qualsiasi cosa, e anche non volendo trovare le parole per dirtelo, tu quelle parole già me le leggi dentro. Ed è proprio per questo che voglio dirti qualcosa che suona come una bestemmia, che minaccia di darti dolore, proprio a te che hai protetto gli anni della mia infanzia, ora sono io a proteggere te e l’amore struggente che ci lega è la nostra pena: è nella grazia di questo amore che nasce la mia angoscia. Sei insostituibile, questo per un figlio è il sentimento più bello e più profondo che possa provare, ma al tempo stesso suona come una condanna definitiva alla solitudine. Questa tua unicità è un patto non negoziabile per la stessa ragione per cui quel cordone ombelicale che pure mi ha donato la vita, ora è una catena. Ed io aspiro alla vita, ho un’infinita fame d’amore, un amore carnivoro che divora i corpi lasciando le anime intatte, altrove. Perché l’anima è solo in te e non l’avverto altrimenti, ma tu sei mia madre ed in questo amore totalizzante vivo la mia schiavitù. Così ho vissuto tutta la mia infanzia, prigioniero volontario d’un amore di cui sono stato l’unico, geloso, custode. Per me questo era l’unico modo per vivere, l’unico colore che ho usato per dipingere il quadro della mia esistenza: ma ora tutto è finito, niente è più come prima. Sopravviviamo nei lacerti confusi di questo amore che è esploso come una stella. Frammenti di luce impazziti, perché la vita cambia, consuma, lima e deforma ogni progetto. Con l’animo rigonfio di pena io ti supplico: non andare via, non mi lasciare. Siamo ancora insieme, felici e rassicurati da un dolce ricatto, con il pensiero ad una radiosa e nuova primavera di liberazione.

Preghiera alla madre – Umberto Saba Madre che ho fatto

Pacificata in me ripeti antichi

soffrire

moniti vani. E il tuo soggiorno un verde

(cantava un merlo alla finestra,il giorno

giardino io penso, ove con te riprendere

abbassava, sì acuta era la pena

può a conversare l’ anima fanciulla,

che morte a entrambi io mi invocavo)

inebriatasi del tuo mesto viso,

madre

sì che l’ ali vi perda come al lume

ieri in tomba obliata, oggi rinata

una farfalla. E’ un sogno

presenza,

un mesto sogno; ed io lo so. Ma giungere

che dal fondo dilaga quasi vena

vorrei dove sei giunta, entrare dove

d’ acqua, cui dura forza reprimeva,

tu sei entrata

e una mano le toglie abile o incauta

--ho tanta

l’ impedimento;

gioia e tanta stanchezza!—

presaga gioia io sento

farmi, o madre,

il tuo ritorno, madre mia che ho fatto,

come una macchia della terra nata,

come un buon figlio amoroso, soffrire.

che in sé la terra riassorbe ed annulla.

Il testo di Saba Preghiera alla madre appartiene alla sezione Cuor morituro. Qui il poeta si rivolge alla madre ormai morta, rievocando l’ angoscia dei propri anni adolescenziali e soffermandosi sulla nuova prospettiva da cui ora egli si avvicina a lei, quasi desiderando di annullarsi nello stesso destino di morte, ricongiungendosi così alla madre. Saba è particolarmente interessato al significato psicologico profondo rappresentato dalla figura della madre. In particolare, il recupero del ricordo della madre è sollecitato dall’esperienza psicoanalitica intrapresa dall’ autore con Edoardo Weiss (cui si fa riferimento ai versi 11-12). Fra l’ altro il riaffiorare della figura materna alla coscienza del poeta può compiersi perché ora vengono meno le ragioni di tensione e di senso di colpa che avevano caratterizzato il rapporto con lei. La rielaborazione del ricordo della madre può essere dunque ora ragione di gioia (v. 13) e non di angoscia.

A mia madre – Eugenio Montale Ora che il coro delle coturnici

chi ti proteggerà? La strada sgombra

ti blandisce dal sonno eterno, rotta

non è una via, solo due mani, un volto,

felice schiera in fuga verso i clivi

quelle mani, quel volto, il gesto di una

vendemmiati del Mesco, or che la lotta

vita che non è un’altra ma se stessa,

dei viventi più infuria, se tu cedi

solo questo ti pone nell’esilio

come un’ombra la spoglia

folto d’anime e voci in cui tu vivi.

(e non è un’ombra,

E la domanda che tu lasci è anch’essa

o gentile, non è ciò che tu credi)

un gesto tuo, all’ombra delle croci.

La poesia A mia madre è stata composta da Eugenio Montale nel 1942 ed inserita nella sezione Le Finisterre tratta da La bufera e altro. In questo testo la madre, caratterizzata da una forte fede religiosa, ritiene che il corpo sia solo un’ ombra, l’ aspetto esteriore di una realtà più vera, quella dell’ anima e della sua immortalità, e che perciò la morte sia la via che conduce ad una vita eterna diversa da quella terrena (v. 9). Il poeta invece pensa che la vita terrena non sia l’ ombra di un’altra vita, ma che essa invece valga di per se stessa. Alla posizione trascendentale della madre egli ne contrappone una immanente, fondata sul valore terreno dell’esistenza. L’unica vita futura dei morti è nella memoria dei vivi, e solo in essa la madre sopravvivrà.

La madre – Giuseppe Ungaretti E il cuore quando d’ un ultimo battito

quando eri ancora in vita.

avrà fatto cadere il muro d’ ombra,

Alzerai tremante le vecchie braccia,

per condurmi, Madre, sino al Signore,

come quando spirasti

come una volta mi darai la mano.

dicendo: Mio Dio, eccomi.

In ginocchio, decisa,

E solo quando mi avrai perdonato

sarai una statua davanti all’ Eterno,

ti verrà desiderio di guardarmi.

come già ti vedeva

Ricorderai d’ avermi atteso tanto, e avrai negli occhi un rapido sospiro

Il tema della morte della madre è presente anche in una poesia di Giuseppe Ungaretti, La madre, del 1930, che Montale può aver tenuto presente (per contrapporvisi più che per imitarla). Le differenze sono notevoli: Ungaretti vede la vita terrena come ombra e perciò condivide con la madre la fede religiosa che Montale invece respinge. Inoltre la figura materna mostrata, nel testo ungarettiano, nei suoi gesti, che sono sì precisi ma anche patetici e atti a suscitare commozione: Ungaretti infatti vuole rendere poeticamente l’emozione soggettiva provocata dalla morte della madre e dal ricordo di lei (si vede il particolare toccante dei 2 versi conclusivi); Montale invece programmaticamente tace l’elemento emotivo e soggettivo, limitandosi a farlo intuire e mirando piuttosto a trasferirlo su un piano oggettivo ed emblematico. La poesia di Ungaretti tende al sacro (la stessa parola Madre è scritta con la maiuscola) ed per questo priva di riferimenti concreti nella realtà naturale; quella di Montale è colma di animali, di particolari fisici e di oggetti (le coturnici, i clivi vendemmiati del Mesco, quelle mani,quel volto, le croci del cimitero).

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